Istituto Ricci HomePageUn commento di Roberto Andò
N E W S C O N T A T T I R I C E R C A L I N K S F O R U M

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A Pino Riefolo accade di incontrare nei film che assiduamente e con passione va a vedere la voce dei suoi pazienti, la loro anima. Sono incontri in movimento, in cammino, questi che si materializzano nel buio di una sala cinematografica. Andare al cinema è infatti per Riefolo, che di mestiere fa lo psicoanalista, come passeggiare nella foresta amazzonica delle immagini, quelle proprie e quelle altrui. L'appuntamento col film serve a Riefolo per scoprire un proprio film che non sapeva di possedere, “ma che il film dello schermo ha autorizzato attraverso infinite risonanze”. Gli altri, scrive Riefolo, esistono per noi solo come scene che ci hanno riguardato: “Camminiamo su un lastricato di scene che diventano nostre ogni volta che le tocchiamo”. I sogni, in questa prospettiva, sono le scene che vorremmo far diventare nostre.

Nei film però Riefolo non cerca storie, perché sa bene che un film non è affatto riducibile al suo pIot. Non cerca neppure la convalida di un'estetica, anche se probabilmente, segretamente, anche il suo gusto è depositario di un'estetica da difendere, e a volte ci lascia discretamente intuire se un certo film gli sembra bello o brutto. Ma spesso Riefolo esce dalla sala senza volere affidarsi a un giudizio, sospeso in una perplessità, in un dubbio, ma catturato dalle immagini che lo hanno visitato e che hanno, a loro volta, prodotto altre immagini.

Questo libro, Le visioni di uno psicoanalista, non insegue la bellezza, non è di questo che vuole parlarci. Non cercando neppure nel film spiegazioni di sorta all'insensatezza del mondo, né il riflesso di traumi o di complessi, Riefolo usa il cinema per compiere, novello Ulisse, un viaggio, per ritessere la tela delle proprie immagini, quelle ricevute e quelle donate. Ci parla cioè di uno scambio, ovvero del cinema come di un luogo d'incontro, dove si creano connessioni e nessi tra uomini e donne che non si conoscono tra loro, in attesa di possibili trasformazioni - per la propria vita, ferma da qualche parte, da qualche parte immobilizzata in un punto.

Alcuni dei film repertoriati e usati da Riefolo sono dei film che al momento in cui uscirono non mi convinsero. Ma il valore, l'intelligenza, direi la luce di questo libro stanno nella capacità di attraversare le immagini di un film, bello o brutto che sia, rivelandone il potenziale dialogo con altre immagini, l'intersecarsi con la voce di un uomo o di una donna che soffre, che vuole per sé un cambiamento, un ritmo decente per la propria vita.

Mi piace, anzi letteralmente mi incanta, di questo libro, l'idea che lascia circolare un po' ovunque, quella che i film siano una piccola forma di cura, di manutenzione della nostra mente. Ma oltre al valore curativo, al bon usage de I'image si potrebbe dire parafrasando il Pascal del bon usage des maladies, il libro è anche una sorta di diario dove lo psicoanalista ci lascia spiare il suo retroterra mentale, la penombra di una mente a volte in difficoltà, ostruita nella fluida circolazione della sua visione dalla potenza invasiva delle immagini altrui, quelle offerte dai pazienti. Il cinema, questo archivio di immagini concepite per un raccontare diverso, tutto racchiuso nell'immagine stessa, diviene così un luogo di ricambio per lo psicoanalista, un respiro o un balsamo, per riattivare nel buio altre immagini e riprendere il cammino.

Ovviamente, essendo un libro eccentricamente teorico, questo è anche un libro che a sua volta riflette immagini, innanzitutto l'immagine stessa dello psicoanalista, che per Riefolo è uno che non vuole stare fermo, che sa o dovrebbe sapere che fermarsi significa presumere di dare un significato. Ma la psicoanalisi non è la scienza dei significati, ammonisce l'autore, semmai lo è delle trasformazioni, e dunque bisogna camminare. Riefolo cita Bion: se l'esperienza è un senso di dolore, la psiche deve avere un'immagine. E a un'altra citazione di Bion sembra dare la forma di un'architrave, o di uno snodo da cui diramano altre vie: “Devo e dovrò la continuità della mia esistenza alla mia capacità di temere un disastro incombente”.

Alcuni dei  film di cui si occupa Riefolo raccontano viaggi, anzi ritorni, nostos, viaggi “per andare a incontrare qualcuno che è morto proprio lì” - scrive l'autore - “dove l'avevamo lasciato e scoprire che, per tutto il tempo che è vissuto, ci ha voluti nella città dove lui non è riuscito ad andare”. Vedi Kaos dei fratelli Taviani, o Nuovo cinema paradiso di Tornatore. Altri, come La Meglio gioventù forniscono l'occasione all'autore di storicizzare la propria immagine di psicoanalista contemplandola nell'immagine di una certa psichiatria, mettendo sulla bilancia lo sfratto delle tensioni che animarono una stagione feconda di lotte e speranze. Altri film come Caos calmo sono il pretesto per addentrarsi nei luoghi del lutto, che l'autore definisce come la condizione dell'essere costretto in un posto non tuo. Il giardinetto e la panchina curano il dolore non perché lo sospendono ma “perché permettono che nuove figure si insedino leggere ed efficaci nella nostra vita”.

In tutte le visioni di Riefolo emerge una sorta di pudico accostarsi alle immagini senza affogarle nell'interpretazione. Come Wenders, Riefolo infatti ritiene che l'immagine, diversamente dal pensiero, non imponga alcuna opinione sulle cose. Il vedere trascende dalle opinioni, per questo è movimento. Alla fine del libro, terminata la lettura, si ha l'impressione di aver fatto una ginnastica lieve, ma profonda, e che l'autore abbia inseguito nell'accompagnarne i gesti, l'utopia warburghiana di una iconologia che autorizzi commenti alle immagini solo con altre immagini, in un circuito sempre aperto tra ciò che è vita e ciò che ne è immagine o riflesso, e comunque, come prescriveva per il cinema un grande cineasta, Jean Renoir, lasciando sempre una porta aperta.

Roberto Andò

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