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ISTERIA E CAMPO DELLA DISSOCIAZIONE

Introduzione di Franco De Masi

Isteria e campo della dissociazione di Filippo Maria Ferro e Giuseppe Riefolo è un libro complesso che cerca di offrire risposte a un tema ancora attuale e che ha appassionato intere generazioni di studiosi.

Lo scopo dei due autori è quello di avvicinare e confrontare tra loro due campi, isteria e dissociazione, che sono stati a lungo oggetto di studio del  pensiero psichiatrico, e dai quali è partita la stessa rivoluzione psicoanalitica. Sia l’isteria sia la dissociazione hanno, infatti, riempito molte pagine dei trattati di psichiatria e di testi di psicoanalisi.

L’isteria può, con buona ragione, essere considerata un’idra dalle molte teste.

Indagata da molti eminenti psichiatri (tra i più noti Babinski, Bernheim, Charcot, Clérambault, Janet di cui il libro riporta i pensieri e le acute intuizioni), l’isteria è poi diventata l’ispiratrice, assieme al sogno, della stessa teoria clinica della psicoanalisi, e ancora oggi stimola l’interesse di eminenti psicoanalisti, come ad esempio Christopher Bollas con il suo recente Hysteria.

Il libro di Ferro e Riefolo si fa carico dell’enorme lascito di pensieri e dell’intricato percorso che ha caratterizzato lo studio dell’isteria. Leggendo il libro ci rendiamo conto di come, quando si cerca di inquadrarla, l’isteria si camuffa o fugge in un’altra sindrome e, quando è sottoposta a un’analisi minuziosa, si rende aspecifica e perde quel fascino che aveva ammaliato la curiosità scientifica del ricercatore.

Così gli autori inquadrano, nello specifico contesto storico, la distinzione tra petite hystérie e grande hystérie, o tra isteria nevrotica e isteria psicotica, e nell’attuale contesto la distinzione tra isteria di tipo borderline e il disturbo di carattere isterico, sindromi dalla proteiforme comparsa che testimoniano come l’isteria sia una struttura presente dappertutto nella clinica, ma difficilmente inquadrabile in termini concettuali. Per parafrasare il famoso proverbio, l’isteria è come l’araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.

Eric Brenman, un importante analista inglese più volte citato in questo libro (di cui il Centro Milanese di Psicoanalisi ha raccolto e pubblicato l’intera produzione clinica nel Quaderno del Centro n. 6), esprime lo stesso concetto. L’autore afferma che, prima di scrivere il suo lavoro sull’isteria, si è chiesto se questa diagnosi avesse ancora ai nostri tempi un significato (il suo scritto è del 1985). Ha interpellato per questo alcuni suoi colleghi che gli hanno risposto che condividevano la sua perplessità, ma che, quando si imbattevano in un isterico, sapevano riconoscerlo.

Di fronte a questa irriducibilità dell’isteria, il campo della dissociazione, secondo Ferro e Riefolo, dovrebbe essere l’elemento capace di dare una delimitazione concettuale alla malattia. Dopo aver discusso e presentato la nascita storica e lo sviluppo del concetto di dissociazione, i due autori ipotizzano che il livello in cui questa importante difesa agisce sarebbe alla base delle differenti sindromi patologiche.

Nell’isteria vera  e propria la dissociazione agisce in modo che parte della relazione con l’oggetto rimane presente. Questo spiegherebbe la relativa capacità di relazione che il paziente isterico riesce a mantenere con il suo oggetto.

Nel caso del borderline il processo di dissociazione è più marcato e l’oggetto, essendo più escluso, rimane come un guscio o un’ombra.

Negli stati psicotici ci troviamo, invece, di fronte alla situazione estrema. La perdita della relazione oggettuale è così completa che la dissociazione stessa non agisce se non in modo frammentario.

Il problema della dissociazione, che permea così profondamente la struttura di questo libro, ha avuto importanti implicazioni anche per la stessa nascita della psicoanalisi. Alludo all’importante controversia che oppose Freud, partigiano della teoria della difesa e della rimozione, a Breuer che ipotizzava, invece, oltre alla  presenza della scissione trasversale tra conscio e inconscio, anche il meccanismo (proposto da Janet) della dissociazione verticale tra stati coscienti e inconsci, dove  la coscienza primaria veniva soppressa durante gli stati di debolezza mentale “ipnoide”.  

Com’è noto, Freud sosteneva la sua teoria basandosi principalmente sulla  continuità tra i due diversi stati e sulla loro incomunicabilità. Quando si trovavano in stato di veglia i pazienti ricordavano perfettamente quello che era accaduto nello stato vigile, ma erano completamente dimentichi di quanto era accaduto nello stato ipnotico. Quando, invece, erano di nuovo in trance, si riconnettevano facilmente con lo stato ipnotico precedente e restavano del tutto estranei a quanto si era svolto durante la veglia. Da queste constatazioni Freud aveva dedotto l’esistenza di un netto divario tra conscio e inconscio, e per questo aveva pensato ad una barriera il cui scopo era quello di salvaguardare la coscienza dai contenuti inconsci, i quali, essendo simili al pensiero onirico, esprimevano un funzionamento mentale più primitivo.

Breuer, invece, riteneva che occorresse chiamare in causa anche il fenomeno dell’autoipnosi: secondo lui, era questa a creare un’area ipnoide dalla quale riaffluivano le idee emarginate, ed era in quest’area che si impiantava la condizione seconda, così palese in Anna O. Breuer pensava che l’esperienza traumatica fosse tenuta in vita non tanto da un suo stazionamento nell’inconscio quanto piuttosto da uno stato di autoipnosi che, obnubilando i poteri percettivi, impediva un pieno rapporto con la realtà e toglieva al soggetto il mezzo più efficace per contrastare le idee responsabili della conversione.

Com’è noto, nella disputa scientifica tra Freud e Breuer, vinse Freud e Breuer si allontanò dalla psicoanalisi. E, a causa del prevalere dell’impostazione di Freud a scapito di quella di Breuer, l’isteria diventò la malattia della rimozione e non della dissociazione.

Anche prima del dissidio con Breuer, Freud aveva parlato di isteria da difesa caratterizzando la malattia come l'esito di un’attività di difesa del paziente contro rappresentazioni capaci di provocare affetti spiacevoli. Ed è solo dell’isteria da difesa che, dopo il distacco da Breuer, Freud si interessò. Nelle sue opere successive, tuttavia, la specificazione “da difesa” venne a cadere e Freud parlò solo di isteria, che poteva essere di conversione (psiconevrosi) o di angoscia (nevrosi attuali).

Questa sottolineatura di Freud della “difesa” (cioè di rimozione e non di dissociazione) fu il concetto cardine su cui tutto l’edificio psicoanalitico venne edificato, con dirette implicazioni sulla concezione della genesi della malattia mentale. La “difesa” e il conseguente corrispettivo concetto di “conflitto” caratterizzarono, infatti, tutta la concettualizzazione psicopatologica psicoanalitica che nacque dallo studio dell’isteria e dalla parola “da difesa” aggiunta prima (isteria da difesa) e ritirata poi (isteria).

Il libro di Ferro e Riefolo sottolinea implicitamente come l’intuizione di Breuer, che a lungo ha avuto scarso diritto di cittadinanza nella teoria e nella clinica psicoanalitica, debba essere riportata nella sua giusta collocazione. Breuer aveva dato importanza al meccanismo della dissociazione perché aveva capito che nelle gravi psicopatologie esistono stati mentali alterati, che non possono essere spiegati solo dal meccanismo della rimozione. La diversità scientifica tra Freud e Breuer ci permette ora di dire che, limitatamente al trauma, Breuer aveva  più ragione di Freud.

Se invece valutiamo le cose dal punto di vista dello sviluppo della teoria psicoanalitica, dobbiamo pensare che Freud si stava battendo per una causa giusta perché aveva in mente un modello d’inconscio più complesso e stava studiando le leggi attraverso cui quest’ultimo funziona. Gli studi sull’isteria sono del 1895, periodo in cui Freud stava lavorando anche al sogno: e nella teoria del sogno la tensione dialettica tra desiderio e rimozione è fondamentale.

Nel caso del trauma, invece, si tratta di una rottura, di qualcosa che altera il funzionamento dell’inconscio. Il trauma, come si dice modernamente, non può essere rimosso, non può essere collocato nella memoria inconscia, ma deve essere dissociato.  

Breuer sosteneva che l’esperienza traumatica fosse tenuta in vita non tanto da un suo stazionamento nell’inconscio come pensava Freud, ma piuttosto da quello stato di auto – ipnosi che, obnubilando i poteri percettivi, impediva un pieno rapporto con la realtà.

Quando avviene il trauma, l’apparato mentale non è in grado di elaborarlo e deve dissociarlo, deve creare uno splitting verticale nello stato di coscienza: il trauma viene “ricordato” nello stato di coscienza alterato e viene dissociato quando il paziente torna nello stato di consapevolezza normale.

A mio avviso lo stato di coscienza alterato che deriva dalla dissociazione è un concetto importante che serve a spiegare cosa avviene nelle patologie gravi. La creazione degli stati mentali alterati è frequente nelle condizioni borderline e nelle patologie psicotiche.

La concettualizzazione di uno stato dissociato della mente, di cui questo libro ripercorre la genesi, ci permette di capire che, nello stato di coscienza alterato, il paziente crea una nuova realtà psichica. Il problema delle realtà neocreate riguarda tutte le condizioni di patologia grave. 

L’isteria, sia nelle forme miti che in quelle gravi, è un esempio palese di costruzione di realtà neocreate nell’immaginazione o di “bugie” che tendono ad accreditarsi come  verità e di cui lo stesso isterico si fa portatore per convincere l’interlocutore della loro realtà. 

Lo stesso Freud aveva creduto alla realtà della seduzione infantile che le sue pazienti isteriche credevano vere e aveva fatto di questa “bugia” una teoria scientifica. E per questo egli  diventò una delle vittime inconsapevoli  della propaganda isterica fino a che dovette confessare, nella famosa lettera a Fliess, di essere stato egli stesso ingannato dalle sue pazienti isteriche a proposito della genesi traumatica sessuale del loro disturbo.

L’isteria trova, a mio avviso, il suo campo specifico di collocazione nell’area della costruzione di neo – realtà che possono assumere anche forme deliranti (ma cos’è il delirio se non una bugia inconsapevolmente costruita dallo stesso delirante?).

Da qui la naturale antipatia per le manifestazioni isteriche ma anche il segreto fascino che esse esercitano su di noi.

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