Istituto Ricci HomePageA dangerous method
N E W S C O N T A T T I R I C E R C A L I N K S F O R U M

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Un metodo difficile
(A dangerous method, di David Cronenberg, Canada-USA, 2011)

 

Giuseppe Riefolo

“Sarei riuscito a trattenere la ragazza se avessi…
mostrato per lei un caldo interessamento che…
avrebbe potuto sostituire la tenerezza da lei tanto

desiderata? Non so” (Freud, 1901,302)

Sabine.

C’è una prima storia d’amore, quella che tutti sono invitati a seguire nel momento in cui entrano nella sala del cinema: una giovane donna gravemente isterica che incontrerà un analista alle sue prime armi il quale si farà prendere dal suo stesso metodo pericoloso perché, come scriverà Freud a Jung, nel transfert, soprattutto con le pazienti isteriche, si tratta di “maneggiare la dinamite” e con essa alcune volte ci si può far male. In questo senso ho trovato che il film parlasse piuttosto di un metodo difficile, piuttosto che pericoloso e la difficoltà è rappresentata dalla fatica e sofferenza che la partecipazione dell’analista al processo comporta. Il pericolo sembrerebbe riguardare il particolare incontro nel transfert fra un uomo ed una donna, mentre la difficoltà c’è sempre. Tuttora gli analisti sanno che proprio gli isterici sono i pazienti più difficili da curare perché essi trovano facilmente una “guadagno secondario” dalla loro organizzazione patologica eppoi perché da sempre, da Charcot in poi, si sa che sono sempre loro a governare il campo attraverso la raffinata modalità di proiettare nell’altro una sterile potenza. Il film ci presenta Sabine, una paziente isterica, per quegli anni “classica” grande hysterique. Ma gli analisti, ora sanno che non c’è bisogno di aspettare i “pazienti isterici”, ma che continuamente nei processi analitici con ogni paziente siamo chiamati a cimentarci con transitorie configurazioni isteriche: “noi tutti abbiamo strutture borderline, schizoidi ed isteriche latenti nella nostra personalità”(Bollas 2000, 86). Gli analisti sanno che devono sempre ricercare configurazioni isteriche quando i pazienti ci fanno sentire particolarmente bravi, quando troviamo tutte le classiche categorie della psicoanalisi nel sogno giusto al momento giusto e quando alcune fasi di crisi, per piccoli nostri interventi, sembrano magicamente risolversi. In quelle situazioni incontriamo invece la vera sofferenza del paziente in sottili sensazioni di noia che ci prendono in seduta e, magari comportamenti in cui cerchiamo di metterci in evidenza quando siamo fuori e magari proprio quando partecipiamo ad eventi psicoanalitici. E’ il controtransfert, e non il transfert, il luogo dell’isteria: “…alcuni colleghi mi dissero che non sapevano cosa fosse l’isteria, ma che se si imbattevano in un isterico lo riconoscevano!” (Brenman, 1985, 217). Il film intuisce questo doppio registro che il paziente da un lato consegna al campo analitico e contemporaneamente proietta sul suo analista. In questo senso mi ha fatto riflettere un’affermazione che, al primo incontro, Jung consegna alla sua paziente: “le propongo di incontrarci in questa stanza, ogni giorno, per parlare… semplicemente per parlare! Così potremo capire il motivo della sua malattia”. L’affermazione propone al paziente due progetti: da un lato l’apertura di uno spazio di incontro in cui si conosce solo il metodo. L’altro progetto riguarda il desiderio e il potere dell’analista che attraverso il “metodo del parlare” pretende si possa cogliere l’origine della sofferenza. La storia di infinite terapie e la storia stessa raccontata dal film dimostrano che il secondo progetto è per definizione il campo minato dell’isteria dove il paziente si è insediato con quote variabili di dinamite e dove nessun paziente farà mai passare indenne nessun analista per il semplice motivo che in quel campo i pazienti nascondono la sofferenza con l’onnipotenza attiva. Forse è questo che alcuni analisti chiamano “il falso falso-Sé degli isterici” (Maffei, 2004), ovvero una sofferenza che viene presentata come irritante onnipotenza di cui i pazienti si lamentano, ma che procura loro concreti vantaggi a cui non sanno rinunciare. Solo sul piano della comunicazione effettiva, quando sospendiamo ogni operazione attiva e adottiamo una visione di campo, riusciamo a cogliere la solitudine insostenibile dell’isterico. Infatti, la solitudine di Sabine, non è la solitudine ontologica delle configurazioni psicotiche, ma l’espulsione da un luogo eccitante totalmente occupato dal padre e dove è assente la madre (Bollas, 2000). La cura difficile se non impossibile è quella di mantenere ad oltranza la disponibilità del metodo consegnando al paziente non desideri o interpretazioni raffinate, ma la loro impotenza che cogliamo attraverso la noia, la sottile disforia e la fatica fisica che essi hanno bisogno di segnalare (Bollas, direbbe: di restituire ad una madre che non ha saputo introdurre l’epifania della sessualità): è nell’impotenza che incontriamo l’isteria; gli agiti onnipotenti ne sono la copertura. La paziente oggettivamente risulta molto migliorata a seguito della cura, non certo per il desiderio di Jung, quanto per la capacità del suo analista di sopravvivere nonostante le numerose ferite. La conferma è Otto Gross che ritiene di poter trovare per forza spazio al proprio desiderio: “le dia quello che vuole!… se passi davanti ad un’oasi devi bere… mai reprimere nulla!”. Ma il film dice che Otto Gross è gravemente segnato da una particolare forma di sofferenza in cui il piacere lo devi trovare sempre perché non puoi permetterti di rinunciarci: esattamente la forma di sofferenza delle configurazioni isteriche. Il film dice che i pazienti sono curati non tanto da ciò che riusciamo a dire, ma soprattutto da ciò che gli analisti sono laddove conoscono bene la propria fatica. E’ proprio Jung che confessa a Sabine: “solo chi è ferito può curare!”. Per quanto fosse ovvio aspettarsi il classico attacco alla psicoanalisi in quanto metodo pericoloso a cui nei film soccombe puntualmente lo stesso analista, non mi è sembrato affatto che il film si occupasse in modo strumentale delle violazioni del setting e, peraltro, devo riconoscere che in tal senso è sufficientemente rispettoso: mette subito in evidenza che il metodo e la teoria sono rivoluzionari e affascinanti e che un giovane Jung si introduce nel campo della sperimentazione lanciando una sfida apparentemente impossibile ai metodi del manicomio che sullo sfondo risaltano nella loro gravità: “è la persona che cercavi per il tuo trattamento sperimentale?”. La storia tiene a sottolineare in più punti che si tratta di una ex paziente di Jung e che, evidentemente, la terapia analitica con quella quota di amore che necessariamente corre fra paziente ed analista, deve essere stata di grande aiuto per la paziente Spielrein. Il regista deve aver avuto un sospetto: descrive Sabine soprattutto come assistente prima che paziente. Dov’è il pericolo per il quale il titolo ci invitava al cinema? Ho pensato a Bion che parla del paziente come “unico collaboratore che abbiamo in analisi” (1983, 10 e 52) e a quel punto vedevo i due presi dall’impotenza più che dall’erotismo:“voglio che tu mi punisca” e Jung che la sculaccia sul letto. La scena è triste, niente di erotico esattamente come nelle storie di isteria in cui la sessualità è uno strumento di potere e non giunge mai al gioco eccitante e condiviso: “l’isterica vive le esperienze sessuali come un tradimento della fiducia che ripone nel partner e un brutale sfruttamento della propria sessualità.” (Masud Khan, 1975, 171). Forse è per questo che nel film di Faenza ricordo i mugugni della sala che partecipava alle scene erotiche, mentre questa volta nel cinema nessun mugugno! Semmai, il tono della perversione è nella figura di Otto Gross in cui si intuisce che la psicoanalisi viene dopo ed è al servizio di una sofferenza di fondo che riguarda l’analista ben prima di essere “analista” (cosa che Gross non poté essere…). Jung appare continuamente come il ricercatore anche un po’ naive, troppo piccolo rispetto al compito a cui si dedica e Sabine è capace di usare un proprio spazio al riparo, per quanto contiguo, da quello dei maestri. Sono i maestri che fanno fatica a governare la sua assenza: “ti sei sposata?.., è un russo?… lui com’è?”; “E’ un ebreo russo… è un uomo buono!… Mi hanno detto che hai una nuova amante!”. Jung guarda il ventre di Sabine: “avrebbe dovuto essere mio… Ho bisogno di Toni… mi fa pensare a te!”. L’ultima scena è bella perché Sabine è in una carrozza che l’allontana da Jung. La scena è bella perché si chiude con una paziente che è capace di piangere.

Carl.

Nel film c’è un’altra storia d’amore, ovvero quella che si tesse e che si interrompe ben più traumaticamente e con esiti ben più gravi, tra Jung e Freud. Ho pensato che per il regista fosse la storia più importante. E’ la storia dell’incontro tra una persona che diventa anziana è uno più giovane che gli prometta ancora vita. C’è poco di analitico in questa storia d’amore, ma semplicemente, anche in questo caso, la negoziazione di due campi di potere, ma gli analisti sono uomini e il potere è quello antico dei capi che – come entrambi sanno bene – dovranno essere uccisi da nuovi capi più giovani. Non so se c’entra la storia fra un padre e un figlio, ma a me ha fatto pensare alle difficoltà che ciascuno incontra nella vita quando tocca qualcosa che attiene a quella particolare forma di solitudine che nessuno può lenire: per quanto si tratti di una grave sofferenza, quando ci riusciamo la sentiamo una fortuna impagabile. Si tratta di quella dimensione estremamente fugace di profonda e netta solitudine che cogli quando senti di esistere per quello che sei e gli altri sono solo dei buoni compagni di viaggio che non devono renderti nulla. Freud immagina di dover dare accoglienza al giovane Jung che per questo dovrà restituirgli una vita più lunga: “Io ho soltanto aperto una porta. Spetta ai giovani come lei attraversarla!”. Jung sfugge molto presto da quel desiderio di Freud e lo avvisa già della sua capacità di essere differente da lui: mentre Freud gli parla delle proprie difficoltà a sostenere una famiglia di sei figli, Jung sottolinea di avere “una moglie straordinariamente ricca!”. Lo stesso Jung commenterà ad Emma che Freud deve essersi molto risentito nel confrontare “la nostra casa con il suo piccolo appartamento di Vienna!”. Infine, sulla nave che li porta in America, ancora una distanza: “è mia moglie che si è occupata dei particolari del viaggio e temo che io abbia un posto in prima classe!”. Non mi interessa il senso psicoanalitico di tutto questo; per Sabine e Jung si può parlare di psicoanalisi e della sua difficoltà, mentre per Freud e Jung la loro storia è quella di due uomini attratti da una particolare forma di amore reciproco a cui la stessa Sabine rimarrà estranea. Mi è piaciuto seguire la storia di due uomini, prima che di due psicoanalisti, perché so che gli uomini vengono prima della psicoanalisi. Per questo Freud nel film è un povero uomo che invecchia ed ha paura di perdere tutto; per questo si innamora di Jung e per questo Jung lo incontra per poi lasciarlo. Per la prima volta ho pensato che non sia stato Freud a lasciare Jung, ma – come per Sabine – è il contrario: è l’oggetto d’amore che cerchi che ha potere su di te e poi, necessariamente si emanciperà dal tuo possesso e ti insegnerà la separazione. Se in queste circostanze non ti senti tradito, partecipi alla felice vitalità dell’altro che si sta separando da te e cogli per un attimo quella sensazione di intensa esistenza in cui l’altro ha potuto usarti e non ti deve niente! Il film dice invece che Jung ha lasciato Freud e questo si è sentito tradito.

Il regista.

Il film permette al regista (e allo spettatore) di guardare dall’altra parte dove, per definizione i pazienti pensano di non essere ammessi, ovvero nella zona degli affetti e della vita stessa dell’analista. Ho pensato ad una paziente che mi racconta in seduta che oggi si è soffermata con piacere e curiosità ad osservare un suo studente a lezione. Ha pensato ai genitori di quel ragazzo a come potessero essere: “forse il padre era un medico!… non so bene perché ho pensato che potesse essere un medico. Quel ragazzo era molto per bene… suo padre sicuramente era orgoglioso di lui”. Mentre Alba parla considero che io, nonostante lei abbia provato a spiegarmelo cinque anni fa all’inizio dell’analisi, non ho mai capito chi le abbia dato il mio recapito e come mai sia venuta proprio da me a chiedere l’analisi! Suggerisco che forse si fa domande su di me: se ho dei figli, chi sono e, fuori della stanza di analisi, cosa posso pensare di lei. La risposta di Alba mi sorprende: “lo sa, dottore, che non mi sono mai posta domande su di lei? Effettivamente non ho mai immaginato che potesse avere dei figli e come può essere la sua vita fuori da qui!”. Attraverso i film la cultura comune si chiede come sono gli analisti nella loro vita e se provano le stesse emozioni dei loro pazienti. Dietro questa idealizzazione i pazienti accedono alla felice scoperta di essere fatti della stessa materia degli altri e che la propria mente funziona come quella di chi ti serve per vivere. Qualche giorno fa durante la seduta Giorgio, un altro paziente, ha scoperto di aver dimenticato l’onorario. Si è inarcato sul lettino per potermi guardare: “volevo vedere la sua espressione, dottore!” Ho commentato che il problema, forse, non erano i soldi che poteva darmi la volta successiva, ma il suo progetto di sentirsi vivo e capace di modificare le mie emozioni e cercare di capire se nelle emozioni io e lui eravamo simili! Semmai ci si doveva chiedere come mai per sentirsi vivo doveva sentire di danneggiare qualcuno!”. Nel film, il regista, inarcandosi sul lettino per vedere la reazione del suo analista Jung, trova un uomo che fa fatica e che, a seguito anche della relazione con i suoi pazienti, porta dolore e fatica nella propria vita. Per quanto questa storia possa essere lo stereotipo dei film che parlano di psicoanalisti, ho pensato che si tratta di una specie di sogno (Ferro 2010) prima che di una descrizione che i registi fanno sulla psicoanalisi e in qualche modo – per quanto aggressivo – ne intuiscono la difficoltà (che nel gergo dei film, quando tocca il tema della sessualità, viene chiamata pericolosità …). Il senso vivo e non strumentale del film mi viene restituito se il regista – attraverso un registro iconico – mi stesse raccontando: “ho fatto un sogno in cui lei, dottore, curava una paziente molto grave e tradiva sua moglie per stare con lei e poi la paziente la lasciava…”. Mille di questi sogni entrano nelle stanze di analisi e sempre meno agli analisti interessa il potere di trionfo maniacale del paziente sulla frustrazione del processo analitico, mentre per gli analisti è importante l’interesse vivo per qualcosa che i pazienti possono cogliere del proprio funzionamento solo sbirciando nel bagaglio umano del proprio analista: “credo che le pressioni che un paziente esercita nel costringere l’analista a rinunciare al suo diritto alla privacy siano determinate non semplicemente dal bisogno di conoscere l’analista, ma da un desiderio di conoscere ciò che l’analista conosce del paziente, ma che ha dissociato” (Bromberg, 2006, 153). La curiosità del regista per quello che c’è oltre il setting, ma è largamente presente nel campo analitico, è ciò che da un po’ di tempo più mi incuriosisce dei film che parlano di analisti e di psicoanalisi. In questo film questa curiosità mi è sembrata molto viva e discreta, a tratti potente quando il regista indaga la strana storia d’amore di due grandi uomini che nella loro intimità possono essere riconosciuti, per fortuna, piccoli e della stessa pasta dei loro pazienti. Il mio paziente Giorgio la volta successiva ha portato l’onorario, ma si è dimenticato di consegnarmelo: mi ha chiamato, molto allarmato e dispiaciuto per scusarsi, ma io so che lui continua ad incuriosirsi verso le mie emozioni che ora vuole sfidare oltre i limiti molto stretti che nella vita ha potuto permettersi. Io so che è curioso di sapere fino a che punto può ferirmi senza che io mi senta tradito.

Io.

Ero entrato al cinema un po’ con la sensazione ingombrante di un compito inevitabile, per via del mio mestiere. Però io so che quando si spengono le luci trovo facilmente quella speciale condizione di solitudine lieve in cui lo schermo coglie le mie preoccupazioni urgenti. Il film questa volta non mi ha aiutato e da subito sono stato disturbato da alcuni particolari “concreti” che mi si imponevano un po’ irritanti: il “professor” Bleuler, presentato come il classico psichiatra del manicomio; Ferenczi che sulla nave è un piccolo accompagnatore di Freud; forse le smorfie esagerate e insistenti di Sabine…! Inoltre, io nei film aspetto sempre che il regista, ad un certo punto, mi sorprenda con un cambio di codice che mi aiuti a vedere un’altra storia: la storia di Sabine la conosco bene, ma volevo vederne un’altra. Poi ho parlato con una mia amica e ho pensato che forse ero andato al cinema con “troppi desideri e troppe memorie” che mi hanno impedito di cogliere una nuova storia. Ho il sospetto piacevole di volerlo rivedere.

“…ma sarebbe un errore ignorare la falda produttiva
che comincia a scoprirsi davanti a me.”

(Ferenczi,1931, 50)