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N E W S C O N T A T T I R I C E R C A L I N K S F O R U M

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Big Fish: il cambiamento.

"Se non dovesse cambiare niente preferirei rimanere con tutte le mie cose non cambiate" risponde Jennifer alla proposta di Tom che vuole comprarle la casa. Ma Tom è diventato ricco e sta investendo un sacco di soldi e di energie proprio perché non vuole perdere quel posto di prati verdi dove non esistono più conflitti e tutti si vogliono solo bene e dove persino le scarpe sono qualcosa di troppo concreto e scuro per quella luce chiara di sogno e di paradiso. Ero quasi alla fine del film e, in un attimo ho rivisto tutto il film a ritroso perché mi faceva pensare a Guglielmo, un giovane paziente che seguo da alcuni mesi e ad un articolo su La Repubblica di qualche mese fa di Baricco che parlava del restauro de La Fenice.

Guglielmo mi dice dopo due volte che lo incontro: "voglio tornare assolutamente come ero prima!" Io provo con fatica a dirgli che la sua crisi forse significa che non riesce più a sopportare di essere come prima… che forse, in un certo senso lui vuole cambiare. Mi risponde raccontandomi un sogno: "avevo messo incinta una ragazza del mio paese e mi sentivo angosciato perché dovevo sposarla!". Commenta: "al mio paese, non è come qui a Roma: se metti incinta una ragazza devi sposarla… anche se la mia famiglia è di persone colte… sono principi molto forti da cui non puoi uscire". Il suo sogno è per me un suggerimento a sospendere per ora le mie teorie e a rispettare la enorme fatica che una parte sana di sé compie per salvarsi dal baratro della psicosi. Tutto sommato, penso fra me e me che non poteva portarmi un sogno più esplicito di come le relazioni vitali possono essere sentite eccitanti e catastrofiche e, forse, nel suo sogno ci sono già io e gli incontri con me. Ne prendo atto e gli rispondo sottolineando la vitalità della sua paura. Mi affido al tempo che forse gli permetterà di sentire che mettere incinta una donna non è una catastrofe, ma è quello che sogni per la tua vita e che la vita sin dall’inizio ti ha promesso.

Baricco si aggira per i corridoi e i palchi de La Fenice restaurata. C’è stato il terribile incendio che l’aveva distrutta e tante energie sono state impegnate per farla tornare come prima. Dopo la catastrofe c’erano due soluzioni: "…chiamare un architetto giapponese e farsi costruire qualcosa di avveniristico su un’isola artificiale in mezzo alla laguna" oppure: "…la soluzione più logica è effettivamente rimettere tutto a posto come prima". Baricco ha il mio stesso sospetto verso Guglielmo e quello di Jennifer rispetto alla proposta di Tom: "Ha tutta l’aria di essere una soluzione di puro buon senso: mi ha affascinato scoprire come, invece sia il lieto ingresso in una follia!".

Il film mi ha fatto pensare alle cose che cambiano e alle enormi energie che si spendono perché a volte nei processi di cambiamento prevale l’angoscia della perdita. Tom riesce ad andar via, faticosamente, dal villaggio e quando torna quel posto ha smesso di vivere da quando lui l’ha lasciato ed ora è distrutto. In quel periodo ha conosciuto l’amore ed è stato felice di mettere incinta la donna che amava, ma il prezzo da pagare è alto e Tom, come Guglielmo, non può accettarlo. Il prezzo di questa impresa è qualcosa che la psicosi non conosce, ovvero che puoi affidare un oggetto caro di cui ti sei preso cura alle cure di un buon ambiente che ti sostituisca mentre tu ti occupi di altro. Per Tom, Guglielmo e La Fenice deve essere stato il crollo di un sostanziale senso di grandiosità. Forse nell’esperienza di Tom significa rinunciare ad una strana forma di onnipotenza che ti viene dal saperti immortale ed invincibile (quando sai che la morte non ti riguarda), mentre per Guglielmo dev’essere stata l’esperienza di un grave lutto che gli ha, finalmente, presentato la vulnerabilità e la dipendenza e per La Fenice forse è stato la terribile verifica che non esistono al mondo oggetti che, per quanto eccezionali, non abbiano bisogno di cure continue.

Il film sta per finire e siamo ai cambiamenti: forse perché Tom è ora vicino a quella morte che prima sapeva lontana ed estranea a lui. Per Tom significa poter incontrare finalmente suo figlio; anche Guglielmo, dopo un grave lutto, sente che ha bisogno di incontrare finalmente il padre il quale forse ha già cominciato a parlargli attraverso le allucinazioni ostili esplose durante la crisi e per La Fenice è l’impossibile occultamento della tragedia: "…E’ chiaro che non luccicava così una doratura che aveva 150 anni, quel giorno, prima di bruciare non luccicava così!".

I cambiamenti accadono solo se sei disposto a credere che possono accadere e se puoi immaginare che l’altro continuava ad essere vivo mentre tu non c’eri e ti occupavi di altro, altrimenti le sue parole sono solo bugie: "Gli iceberg sono visibili solo per il 10%… io non ti conosco… non ti ho mai conosciuto… ti chiedo di essere te stesso!".

"Ma io sono sempre stato me stesso: se tu non l’hai capito è solo colpa tua…" - risponde Tom al figlio il quale sta per diventare padre a sua volta - "io sono sempre stato me stesso!". Il padre, ora ha bisogno del figlio per continuare a raccontare storie, ma ora è la sua volta perché il padre racconta la storia della propria morte, ovvero del suo passaggio dalla terra all’acqua del fiume dove potrà essere un grosso pesce e, come la donna nuda del miraggio, nessuno potrà mai prenderlo perché il pesce grosso è tale in quanto non si farà mai prendere.

Per Guglielmo la psicosi incide il cambiamento alcune volte impossibile. Qualche seduta fa, dopo alcuni mesi che ci incontriamo, mi dice che ora riesce a studiare anche se con fatica e che per lui è fondamentale riprendere a studiare: "è il solo modo per ritornare come ero prima: è lo studio che mi permette questo; se io riprendo a studiare… a fare gli esami… è fatta!… potrò cancellare quello che è successo!" Io mi affido al tempo; non so come aiutarlo ad accettare la possibilità di cambiare: quando ho tentato di suggerirgli che gli esami sono importanti, ma sicuramente non curano, e che forse la fatica che fa a studiare è un segnale della necessità di cambiare, di nuovo mi ha segnalato il pericolo devastante che sente quando tento di avvicinarmi troppo. La seduta successiva, mi ha comunicato che aveva fatto grande fatica ad accettare di arrivare in seduta e che per tutta la settimana si era rinchiuso dentro casa a studiare; mi comunica che vuole tentare un esame per la fine del mese e che per questo dovrà sospendere le sedute per due settimane: "non posso permettermi di venire qui se voglio tentare di fare l’esame". In un certo senso ho dovuto rivedere la mia posizione e, di nuovo calibrare la distanza. Io ero certo che si stava candidando ad un fallimento… che non poteva farcela… che tentare l’esame era una roulette russa e lui stesso lo sapeva, ma lui sentiva che se non avesse tentato l’esame non se lo sarebbe perdonato mai. Per quanto folle, quando sei già morto, la roulette russa è solo un modo magico per poter resuscitare. Guglielmo mi telefona per riprendere le sedute, come mi aveva promesso, e mi comunica felice che ha preso 18! Devo accettare che le sue ragioni fanno i conti con la psicosi che lo attanaglia, mentre le mie con una formale previsione che non permette di investire in atti magici. Riprendiamo le sedute. Io imparo a calibrare la necessità del rigore con i tempi che lui mi impone.

Qualche giorno fa mi dice: "vedo che va molto meglio, mi accorgo che riesco a studiare e che dormo meglio… vorrei però studiare di più… devo farcela!". Per ora mi sento impotente. Vorrei aiutarlo a cogliere questa profonda dissociazione che lo costringe ad osservarsi come fosse un estraneo a se stesso. Penso che la sola possibilità che io e lui abbiamo e di attendere che piano piano, attraverso qualcosa che accade ogni volta che ci incontriamo, lui possa osservarsi come io l’osservo. Mi dice: "mi dica la verità, dottore, ma non è negativo che io venga qui a ricordare le volte in cui sentivo che gli altri mi insultavano? e il periodo in cui non riuscivo neanche a capire le cose che leggevo? Non dovrei piuttosto cercare di dimenticare?". Io mi metto a pensare ad una possibile risposta che sia un po’ di più di quella che mi chiede. Penso di cercare la possibile risposta tentando di comunicargli la positiva sensazione che ho avuto oggi proprio all’inizio della seduta in cui si accingeva ad occuparsi per l’ennesima volta proprio di quelle scene che chiede di cancellare, quando mi ha detto: "Ah, finalmente posso sdraiarmi su questo lettino!".

Gli analisti sanno che il cambiamento è inscritto nel tempo e nella necessità di dover cambiare; e le terapie, quando vanno bene, riescono a cogliere quella leggerezza (Calvino) che nella nostra vita ordina il procedere del tempo con la impossibilità a rimanere sempre in un villaggio perfetto e luminoso. Bisogna accettare la morte che semplicemente è il passaggio in un fiume dove si diventa un pesce che non sarà mai catturato. Per questo, la scena finale della morte di Tom celebrata dal figlio mi ha fatto pensare a una sinfonia dove nessuno strumento tace e dove tutti si lasciano trasportare dai suoni come dall’acqua di un fiume. Il cambiamento di cui si occupano gli analisti è qualcosa che muore perché si trasforma e che, in questa modalità, continuerà ad esistere sempre. Vale anche per i fregi dorati de La Fenice: "capisco il dolore e l’istintiva reazione: ma rifarli non salva niente. E’ una cosa persa, e basta" (Baricco, La Repubblica, 22 ottobre 2003).

Giuseppe Riefolo