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N E W S C O N T A T T I R I C E R C A L I N K S F O R U M

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Confidenze troppo intime. Il sogno del regista

"Could you be loved
when you love"
(Bob Marley)

Il paziente prese a raccontare un sogno. "Avevo uno studio proprio a fianco al suo… qui.. Dovevo girare un film sulla psicoanalisi ed avevo una serie di appuntamenti per dei provini. Entra una paziente e si sdraia subito sul lettino… Mi rendo conto che si è sbagliata… io provo a spiegarle… ma lei mi parla della sua relazione col marito… che è sola. Capisco che ne è innamorata follemente, ma dopo un incidente di auto in cui lui ha perso l’uso della gamba non sa più come riorganizzare la relazione con lui. Nel sogno io mi sento assolutamente sopraffatto dalla decisione della paziente, la quale decide autonomamente una nuova seduta per la settimana successiva… Posso già immaginare i suoi commenti a questo sogno di cui in realtà mi vergogno, ma sta di fatto che io l’ho sognato e non posso farci nulla… Tutto sommato questo è il mio mestiere di paziente… lei stesso mi ha più volte fatto notare che limitare ed autocensurare dei pensieri è grave per l’analisi… Mi vergogno soprattutto per il fatto che forse, nel fare un film sulla psicoanalisi, io provo a mettermi al posto suo e a dirle, sostanzialmente, che chiunque può darmi quello che mi dà lei… Questo sarebbe grave… infatti sto ripensando al progetto di fare proprio ora questo film sulla psicoanalisi a cui penso da sempre".

L’analista pensò che quel paziente, oramai alla fine della propria analisi era diventato proprio un "bravo paziente"; cominciò a sospettare che il problema era proprio di essere "troppo bravo" e, come tante volte doveva essere successo nella sua vita, rischiava un’ennesima volta di risolvere il suo bisogno nella fusionalità con l’oggetto attraverso cui è possibile recuperare "…tranquillità, assenza di persecuzione, … assenza di falsificazione ed anzi chiarezza di pensiero." (Pallier, 1990, 93). Chissà perché, ma all’analista venne in mente una breve scena che gli era capitato di vedere proprio quella mattina alla televisione della sua portiera: "Dimmi chi è il tuo amante… è padre Joseph… vero?"; "è perché tu non mi ascolti più… lui si… mi ascolta".

Pensò che non aveva senso incontrare il paziente sul piano del conflitto nevrotico in cui lui, evidentemente era sempre stato molto bravo, tanto da organizzarsi per questo una vita di successo. Quell’immagine forse coglieva nel campo analitico qualcosa di nuovo e declinava in un altro modo il bisogno del paziente. Forse il paziente sentiva di essere giudicato (tanto da riuscire a farlo severamente da sé…) nella produzione dei suoi pensieri e dei suoi film che, indubbiamente, avevano espliciti elementi aggressivi verso l’analisi e l’analista, ma ora il paziente poneva un nuovo tema: il diritto di essere ascoltato (amato) intimamente, in quelle zone dove non aveva mai potuto permettersi di farlo, e poneva il problema dell’insostituibile bisogno dell’altro. Quando accade, è una occasione preziosa e fugace per l’analisi perché si toccano elementi di consonanza nell’analista; altrimenti il paziente si rifugerà ancora una volta nel trovarsi "un amante che lo ascolti". A questo punto, all’analista sembrò di essere riuscito a cogliere il codice per ascoltare – fino in fondo – il suo paziente. Il paziente non aveva bisogno di interpretazioni che ne svelassero le pulsioni inconsce, ma reclamava (perché quello "era il suo mestiere…") una forma particolare e particolarmente intima di ascolto… quella che non era mai riuscito a procurarsi da solo. Era il suo mestiere chiederla all’analisi. Il paziente continuò a raccontare il sogno che negli occhi dell’analista prendeva piano piano la forma di una "storia per immagini" (Syd Field)… forse proprio la definizione di un film.

Anna, la paziente del sogno, cerca nel mondo qualcosa di cui ha bisogno e il mondo possiede tutte quelle cose che lei cerca: il suo sguardo si muove affannosamente alla ricerca di cose concrete che sostengano la sua ricerca e, ovviamente, le trova tutte: il lettino al centro della stanza, una rivista di cui si intravvede il titolo. "Analyse…": Il suo desiderio le dice che ha proprio trovato quello che cercava. In un certo senso verifica che il mondo è benevolo con lei. In fondo la psicoanalisi non ha inventato nulla. Ha solo scoperto che le cose del mondo hanno un’altra faccia: "in fondo c’è una stanza chiusa!"; "sì… è la stanza dei miei genitori…"; "No… parlavo di lei… dentro di lei c’è una stanza chiusa!", commenta la paziente al regista. Nel sogno, peraltro, il lapsus della paziente viene subito svelato, e questo permette di trattare dell’essenza del problema che non è la psicoanalisi, ma il diritto di ciascuno di essere ascoltato e se la psicoanalisi, in questo, sia una tecnica capace o meno: : "una delle caratteristiche negative più forti delle società di oggi: l’incapacità di comprendersi e di comunicare …e quel dramma che sembra insuperabile si risolve grazie all’incontro con un consulente fiscale… Ma la situazione si sarebbe risolta con uno psicoanalista, vero?" (Rosy Bindi, Repubblica, 31.12.2004, p. 53)

Nel sogno il regista non sa più liberarsi di questo potente eccitamento in cui una paziente - in barba a tutti gli analisti del mondo - cerca proprio da lui, un illustre incompetente, quell’ascolto che sente di non potersi più procurare da sola. Il paziente, nel sogno, allora cerca aiuto dal vero analista, quello della porta accanto.: "La gran parte delle persone che si rivolgono a me hanno bisogno di essere ascoltati… oggi non c’è più nessuno che ascolta". Il problema è quale sia l’altra faccia dell’ascoltare. Si tratta di fare "Uhm…" come fanno gli psichiatri? Gli analisti sanno che l’altra faccia dell’ascoltare è concedere uno spazio per il desiderio che viene anticipato dalle fantasie… un mondo possibile dove è possibile essere quello che riesci a sognare: "posso fumare?… mio marito non vuole… si arrabbia moltissimo se lo faccio…"; "ma suo marito si arrabbia sempre … non le permette di fare nulla!".

Il regista intuisce che l’ascoltare è dare uno spazio a quello che non è mai esistito prima e che si configura solo come pura "disposizione potenziale" (Damasio). Il regista intuisce anche qualcos'altro: che i pazienti hanno bisogno di un un’altra mente (Bion, Ferro) per potersi illudere e per poter essere quella illusione e in quel sogno, dopo la prima patina di organizzazione nevrotica di ordine edipico, il paziente gli stava ponendo esattamente questa domanda: di saper essere, per lui, quell’altra mente. All’analista fece piacere questa intuizione; gli permetteva di rileggere l’intero sogno del suo regista: non era più un attacco alla sua funzione analitica, ma l’intuizione da parte del paziente che proprio l’analisi possedeva e si fondava su quella speciale cifra che struttura la mente e che questa cifra era nella vita, ma solo gli analisti erano addestrati a governarla: "E’ necessario aggiungere che la cura-tipo resta per l’analista, il riferimento fondamentale per l’ascolto dell’inconscio, universo favoloso accanto al quale passa, senza riconoscerlo, la maggior parte dei non-analisti?" (Cahn, 2002, 10).

A questo punto del racconto del sogno (che l’analista continuava a seguire come fosse un film…) il paziente gli pone una domanda netta: "ma gli analisti si innamorano dei loro pazienti?".

L’analista continuò a pensare che era chiamato ad un incontro (ascolto) autentico e diretto, e il paziente sentiva il diritto e la vergogna di essersi intrufolato in una "stanza chiusa" dell’analista. Il punto preciso che proponeva ora quel paziente era di poter finalmente rovistare nella mente di un altro e poteva solo sperare di aver trovato una situazione capace di permetterglielo. Infatti l’analista si sentì un po’ preso di mira da quella domanda diretta e, usando un po’ il mestiere, riuscì a prendere tempo per capire meglio: "e lei cosa pensa?"

Il paziente non ebbe il coraggio di dire quello che veramente – senza saperlo – sentiva (temette che era solo qualcosa che lui desiderava terribilmente, ma che non era tenuto a desiderare…) e quindi mentì: "penso che non sia possibile!… Gli analisti hanno tanti paziente e poi lo fanno per mestiere… e poi loro, finito con i pazienti, hanno la loro vita…Non penso si innamorino dei loro pazienti… Qualche volta succede… io ne ho sentite di storie… ma si tratta ovviamente di situazioni strane…quelli non sono veri analisti perché i veri analisti non si innamorano dei loro pazienti!". L’analista avrebbe voluto suggerire al suo paziente che stava confondendo l’amore con la sessualità, ma, ovviamente, evitò di farlo. Sentì che quel paziente aveva sempre desiderato di essere amato e non osava sperarlo, né chiederlo. In quel momento gli fu chiaro qualcosa di cui, nel suo lavoro, era sempre più sicuro, di cui aveva letto alcuni lavori che, agli esordi della psicoanalisi avevano intuito che l’analisi era una speciale "relazione d’amore": "è fuor di dubbio che Dora volesse essere amata. Ma di che amore si tratta? Dell’amore della nursery, dell’amore dei genitori responsivi e solidali… o dell’amore al cospetto del talamo coniugale?" (Borgogno, 1999, 60). Alla domanda del paziente, alla sua risposta visibilmente omessa e negata, l’analista rispose fra sé che senza dubbio, gli analisti – per definizione - non possono non innamorarsi dei loro pazienti e cominciò a pensare come poterlo dire al suo regista, il quale lo sapeva da una vita, e che forse era giunto fino a quel lettino per verificare che era possibile ciò che, semplicemente, era il suo diritto. Nel sogno un’amica del regista lo attacca proprio su questo punto, in cui doveva aver sospettato che l’analisi non poteva essere che una particolare relazione d’amore dell’analista verso il paziente: "allora, perché la continui a vedere… ti paga? Bisogna che ti paghi, è la regola!"

L’analista si fece allora un’altra domanda: "ma i pazienti si innamorano mai del loro analista?". Altre volte l’aveva sospettato, ma questa volta ne era sicuro: No! Nessun paziente si innamora del proprio analista per il semplice motivo che le cose hanno sempre un’altra faccia e sapere, e dialogare con questa altra faccia è proprio il mestiere dell’analista. In realtà è semplice. Non c’è nessun motivo perché un paziente si innamori del suo analista, per il solo fatto che, per quanto lui sarà disponibile al disvelamento e alla partecipazione empatica e anche concreta, il registro è segnato sin dall’inizio del gioco: è sempre in gioco l’altra faccia. Infatti, nel sogno/film William lo scopre a sue spese:

"allora, lo lasci… si renda libera!"

"Ma non capisce che per me rendermi libera significa ritrovarlo? …Mio marito vuole che mi trovi un altro… un altro con cui fare l’amore…uno qualsiasi…"

"Ma se poi si innamora?";

"Ma… non c’è un altro… non c’è nessuno!". William i sente ferito per aver rincorso non una illusione, ma un’ombra.

William, invece, ha trovato l’oggetto che da tempo cercava e non può perderlo e lo confessa a Marc "Ma io sono innamorato!". Questa è la sua condanna, perché l’altro dovrà dimostrargli (e dimostrarsi finalmente) che Anna è sua "non si è accorta che durante la notte si è alzato per fare una telefonata? È a me che ha telefonato! e mi ha chiesto di guardare dalla mia finestra che cosa accadeva nella finestra di fronte fra voi due…". L’analista vedeva bene che in quella sequenza il suo paziente celebrava il trionfo, e negava il proprio bisogno; ma questo forse era solo il livello più superficiale, peraltro di dominio dello stesso paziente. Che bisogno c’era, allora di fare questo sogno? Lasciò per un attimo Freud e pensò a Bion, al sogno non più come prodotto nevrotico, ma come funzione alfa di trasformazione. Il paziente aveva intuito che stava per tornare alla propria vita e che non aveva mai amato il suo analista, mentre da lui ne era stato amato; che quella speciale forma di amore gli permetteva ora di innamorarsi degli oggetti della propria vita e lasciava l’analista a guadarlo dalla finestra. All’analista, chissà perché, tornò in mente un’altra scena della telenovela della sua portiera: "Padre Joseph era omosessuale e non poteva amare Amanda…". Seppure secondo una sceneggiatura aggressiva, il suo paziente aveva intuito che la psicoanalisi è una speciale forma di amore asimmetrico. Infatti, quegli incontri di confidenze troppo intime non possono procedere perché il regista non è un analista è non sa governare il fuoco che improvvisamente avvampa nella sua stanza appiccato dalla paziente. Il regista sospetta che governare il fuoco è cosa difficile e pericolosa; può solo fuggire: "adesso basta!".

La forza di tollerare la fine è sostenibile solo nel setting analitico, perché non è una soluzione umana. Infatti William ha detto basta per rabbia e perché le ferite erano insostenibili, ma lui è semplicemente innamorato, e nella vita non si può rinunciare all’oggetto d’amore, ed è inevitabile, in quel sogno, che si debba ricontattare la fonte di amore. Il regista la cerca e la trova laddove le confessioni intime l’avevano concretamente collocata: a sud, al sole… dove si prende la bicicletta e si va in giro: "ma lei ricorda tutto!?"; "Il problema è perché? Perché io l’ho cercata tanto!".

L’analista si trovò a pensare che alla fine di quel sogno così delicato ed interessante il suo paziente stava ammettendo che non avrebbe mai potuto essere l’analista e, infatti faceva una serie di cose tutte finalizzate alla conferma che lui era un regista, mentre il suo analista avrebbe dovuto sapere come separarsi da lui permettendogli comunque l’esperienza che una funzione di ascolto intima fosse possibile. All’analista sarebbe piaciuto che quel sogno finisse con la promessa mantenuta dell’accendino. In fondo era sempre l’accendino del padre. "il biglietto diceva che avrei incontrato qualcuno che mi avrebbe restituito qualcosa!". Ma il regista fa il suo mestiere di sognatore – lo ammette sin dall’inizio che non è un analista – e in tutto quel sogno sta semplicemente sperando che quella comunicazione molto intima sopravviva alla loro separazione: lui sa (si aspetta) che solo la psicoanalisi è capace di garantirgli questo, mentre l’amore nel sogno e nei film è simmetrico e non può mai finire: "allora? Dove eravamo rimasti?".

Forse l’analisi è la leggerezza: "…quattro, cinque, sei, sette…questo non è il Lago dei Cigni, e voi sembrate tutte degli elefanti!".

A questo punto è l’analista che fa un piccolo sogno ad occhi aperti. Rivede tutto il sogno del suo paziente come fosse un vero e proprio film a cui ha assistito, e mentre guarda i titoli di coda usandoli solo per uscire da quella specie di visione, si accorge improvvisamente che i due protagonisti, oramai inquadrati dall’alto, sono scomparsi dalla stanza. Chiede: "ma dove sono andati a finire?" Gli dicono: "ma, sono scomparsi dall’inquadratura già da tanto!". Strano! non si era accorto che i due protagonisti scomparivano e rimaneva la situazione in cui avevano vissuto la loro storia. Capisce che è il setting l’elemento che permette le trasformazioni analitiche e che è l’invenzione del dispositivo del setting che la gente comune ed i registi non tollerano, perché il setting è la garanzia di una speciale forma di amore asimmetrico. Solo gli analisti sanno rinunciare al loro oggetto di amore. Questo, giustamente, è impensabile per la cultura comune. Allora, in questo piccolo sogno ad occhi aperti l’analista, sempre guardando la stanza dall’alto, immagina che si apra la porta e che due nuove persone vadano su quella sedia e su quel lettino e che ricominci una nuova storia in quello stesso posto che ne ha già ospitate tante. Il setting è come la portiera di un condominio, vede infinite storie e sa che tutte finiranno. Non può immaginare dove e in quali modi esse continueranno.

Giuseppe Riefolo