Istituto Ricci HomePageEl abrazo partido
N E W S C O N T A T T I R I C E R C A L I N K S F O R U M

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El abrazo partido
di Daniel Burman (2004)

La configurazioni dell’isolamento e, più recentemente, quella dell’essere sempre grandi o piccoli, nell’impossibilità di cambiare, sono state oggetto della recente ricerca psicoanalitica di Anna Ferruta che ha richiamato anzitutto la difficoltà di delinearne i tratti caratteristici, nonostante la loro relativa diffusione nella clinica e persino la possibilità di descriverne certi contenuti. Le descrizioni verbali però sembrano non bastare: alcune forme o stati della clinica sembrano esprimersi soprattutto attraverso immagini, anche quelle di un film.

E’ stato proprio assistendo all’ultimo seminario di Anna Ferruta che mi è tornato in mente il recente El abrazo partido ("L’abbraccio perduto") e la sua particolare atmosfera.

La vicenda si svolge quasi completamente all’interno di una galleria commerciale di Buenos Aires che raccoglie perlopiù una comunità di negozianti ed artigiani ebrei. Un luogo sostanzialmente chiuso e claustrofobico, nonostante l’apparente traffico di gente e merci. Lo è soprattutto per Ariel, giovane protagonista del film, che con sua madre gestisce una merceria che porta sulle vetrine ancora il nome del padre, benché questi da vent’anni abbia lasciato moglie e figlio e viva in Israele, mantenendo solo sporadici contatti telefonici.

Ariel cova un grande risentimento verso suo padre, nonostante i vani tentativi di sua madre di conservarne la figura, mentre cerca in tutti i modi di evadere dalla "prigione" argentina. Progetta di trasferirsi in Europa, precisamente in Polonia, cercando di esibire all’Autorità consolare la diretta discendenza dalla nonna materna, ebrea polacca rifugiata anch’essa nel triste esilio di Baires per sfuggire alle persecuzioni naziste.

Sarà invece l’inaspettato ritorno del padre in Argentina a sbloccare la situazione di Ariel e far intravedere la fuoriuscita dall’isolamento di cui la galleria commerciale è la metafora.

Il film si presta a molteplici letture, anche di carattere storico-politico, ma nella linea della rubrica che ospita questa nota si possono svolgere alcune riflessioni cliniche sollecitate dalla narrazione e dalle immagini. Il recupero del padre, il suo abbraccio, è quel passaggio che può permettere ad Ariel, come a molti pazienti, di liberarsi dalla morsa di una madre che non concede di crescere. La comparsa del terzo elemento della triade edipica, come ci dice la teoria psicoanalitica, è possibile solo se il padre è presente nella mente della madre. La figura di padre che la madre ha dato ad Ariel è deformata da un segreto: lei una volta ha tradito il marito, determinando in lui una narcisistica reazione di fuga nel giovane Stato di Israele, ben camuffata sotto le spoglie dell’ideale politico.

Il giovane Ariel cresce nell’inconsapevolezza delle vere ragioni della separazione (anche geografica) dei suoi genitori e nell’impossibilità di "usare" per la sua crescita il padre, di cui possiede solo alcune immagini ambigue create dalla madre e un ricordo "mitico" della sua presenza nella galleria.

Nonostante la leggerezza della sceneggiatura, le frequenti battute ironiche, le piccole avventure erotiche dei suoi personaggi, il film ad un certo punto produce una sensazione di monotonia che a ben vedere si rivela come una precisa resa emotiva delle immagini: quasi tutto si svolge nel piccolo mondo della galleria ed è proprio questo l’incubo di Ariel, la sua fame d’aria che solo l’arrivo del padre soddisferà.

Molto gradualmente il racconto permette di scoprire con sollievo che, nonostante l’odio e il rancore covati dai protagonisti, forse si è evitato il peggio. Il narcisismo paterno non è stato maligno: l’antico problema del figlicidio-parricidio non è arrivato alle estreme conseguenze, come avrebbe potuto succedere. Lo "testimonia" il fatto che il padre è tornato dal figlio privo del braccio destro, mutilazione occorsa in guerra, quel braccio che così non si è sollevato – sia pur simbolicamente - contro Ariel, come nel gesto di Abramo nell’atto di sacrificare Isacco…

El abrazo partido è anche un bel gioco di parole e di rimandi di significato tra braccio e abbraccio, partenza e perdita.

Il simpatico rabbino della piccola comunità di ebrei argentini sintetizza in una battuta parte di queste vicissitudini: i nipoti sono il regalo che gli dei ci fanno per non aver ammazzato i nostri figli…

Luigi Ippedico

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