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"FESTEN"

" ……ed infine ti ringrazio, padre, per aver stuprato me e mia sorella quando eravamo piccoli."

Christian ha appena finito il suo primo discorso di auguri durante la festa dei sessant’anni del padre, davanti a decine di amici e parenti, e il gelo e l’imbarazzo è calato su tutti gli invitati… compresi gli spettatori in sala.

La vera atmosfera del film "Festen" di Thomas Vinterberg inizia da questo punto, dopo circa mezz’ora di preambolo in cui, con un sapiente uso della macchina da presa, entriamo via via anche noi nel sontuoso castello dove si svolge la festa. Parliamo con un improbabile e timido direttore d’albergo, conosciamo la servitù fedele da anni alla famiglia ospite ed infine, visitiamo con gli invitati le stanze, compresa quella dove qualche anno prima si è improvvisamente e misteriosamente suicidata la sorella gemella di Cristian.

Al termine del discorso di apertura siamo tutti là dentro e, come spesso ci capita davanti alle nostre famiglie in terapia o ascoltando i racconti dei pazienti, non riusciamo subito a capire se siamo di fronte alla follia di un singolo o a dinamiche transgenerazionali patologiche, ad una denuncia di una vera violenza subita o alla provocazione di un figlio rancoroso e un po’ matto.

Proviamo anche noi, come alcuni degli invitati, a sorridere amaramente come di fronte ad una ‘boutade’ di cattivo gusto, ma intanto ci apprestiamo, in un’atmosfera di scandalo e vergogna, a stare sempre più attenti ad ogni indizio che ci faccia scoprire cosa stia veramente accadendo.

Immaginiamo progressivamente il clima di puritanesimo protestante in cui antichi rancori, nascoste violenze, silenziosi dinieghi hanno probabilmente contribuito da decenni alla sofferenza di tutti e iniziamo un po’ per volta ad entrare nella testa di ciascuno prima ancora di ascoltare le successive confessioni di Christian.

Ci accorgiamo di come progressivamente si confrontino due differenti modalità reattive. Quelle dei figli del patriarca (e dei loro congiunti) che, sull’onda delle rivelazioni del primogenito, permettono di attribuire via via un significato soggettivo all’esperienza passata, potendo così ricreare un mondo di relazioni sempre più autentico e solidale. E quelle degli altri ( genitori e parenti) che invece, mantenendosi ancora in una atmosfera in cui la verità degli affetti resta separata dalla formalità della festa, portano progressivamente alla solitudine e all'isolamento.

Se non fosse un bel film da vedere ( e da rivedere), ‘Festen’ potrebbe funzionare anche come un ottimo esercizio per ricostruire a posteriori, all’interno di una storia familiare, i piccoli costumi quotidiani che trasformano gli atti in soprusi, i silenzi in traumi, i sintomi in messaggi di aiuto, dando così agli eventi un senso di dolorosa ineluttabilità. Sarebbe comunque un ricostruire certamente non freddo ed indolore ma relizzato col contrappunto di stomaci che si contraggono ad ogni spietata parola del paziente designato, di respiri che si trattengono quando il padre tenta la sua difesa inaccettabile, e di amari sapori nell’ascoltare la madre che propone il suo formale e spudorato discorso in difesa del marito.

Tutto è curato nei minimi particolari, ogni inquadratura è studiata minuziosamente, il linguaggio è essenziale e crudo e, davanti allo scenario proposto, si invitano gli occhi dello spettatore-invitato a scrutare continuamente le mosse dei protagonisti. Si riesce così a riconoscere il valore salvifico della riappropriazione delle emozioni di eventi traumatici della propria vita e si evidenzia progressivamente il valore di una dolorosa integrazione con un passato, fino ad allora difensivamente negato o dissociato.

Tra lo sgretolarsi dei volti in primo piano e il dissolversi delle forme in macchie ingiallite (effetti visivi del disvelamento vissuto dai singoli), possiamo così rintracciare elementi della teoria del trauma di Ferenczi e del doppio legame di Bateson e, attraverso un coinvolgimento empatico che rimanda al senso concreto delle emozioni in atto, ci sorprendiamo magari un po’ turbati nel condividere l’esasperazione del più antipatico dei fratelli, Michael, mentre sferra micidiali calci in pancia al genitore ormai a terra.

Insomma, pur con la dose di masochismo necessario per vedere al cinema quello che quotidianamente trattiamo, l’invito è di entrare nella tenuta di campagna dei Kligenfeldt per partecipare anche al particolare modo con cui alcune delle persone invitate riescono alla fine a ritrovare se stessi, confidando che al termine della festa si possa anche noi stringere le chiavi dell’auto, per fuggire al più presto verso la nostra personale ‘soluzione familiare’ che almeno per quella sera ci sembrerà sicuramente la… migliore possibile.

Paolo Boccara