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Il Caimano
chi cambia?

di Nanni Moretti (2006)

 “spesso l’ovvio non viene osservato”
(Bion, Seminari, 242).

 

Bisogna fare l’ennesimo film su Cristoforo Colombo o niente? Bruno, un produttore in crisi creativa, non avrebbe mai voluto trovarsi in quella situazione: in fondo, si può continuare a fingere di essere creativi senza mai creare niente. Nella vita accade che, per una serie di circostanze, bisogna cambiare anche se la ripetizione rassicura assegnandoti una gratificazione anonima che è data a tutti: “era diventato bravissimo nel parlare molto senza dire niente. Uno dei modi più efficaci di mentire” (Katzenbach, L’analista, 440). A Bruno succede di dover cambiare per caso, nonostante se stesso: non può più fare gli stessi film insignificanti a cui, pure, tiene molto e il caso gli consegna una storia  che tutti conoscono, ma che nessuno sa dire: “porca miseria!… un film su Berlusconi!… come ho fatto a non capirlo prima?”. 

Forse il film parla della stanchezza che ti prende quando senti che il tuo sogno è troppo piccolo perché qualcun altro lo possa condividere e che possa crescere: “Vedrai – dice Bruno al suo regista - con questo modellino possiamo girare tutte le scene!”; “Ma è un giocattolo… non possiamo girare il film!”.  Per questo il regista andrà via e Bruno rimarrà solo.

La fine del film mi trovava ad applaudire meccanicamente, con i pensieri altrove, forse disorientato da un finale amaro che mi indicava un futuro prossimo impotente e rassegnato che non riuscivo ad accettare. Mi sono guardato intorno e vedevo che anche per gli altri, forse, era lo stesso smarrimento.

Il giorno dopo guidavo sull’autostrada. Mi aspettavano per parlare di Roberto che era stato all’università, ingegneria elettronica, e da 10 anni si era ritirato nel suo paesino dove il suo tempo si era bloccato. Aveva organizzato ossessivamente ogni momento della sua giornata e quando voleva parlare c’erano “Quelli della Storia”, comandati da Clinton, con cui aveva il suo dialogo intimo e a cui nessuno poteva partecipare. Forse si era bloccato perché una donna l’aveva lasciato; o forse perché il padre era morto; o forse perché la madre era una persona strana che aveva le unghie ben curate, ma a casa gli operatori non riuscivano ad entrare per la terribile puzza di “cose andate a male”: chi lo sa che cosa viene prima! Sta di fatto che questo era Roberto. Lui aveva attraversato molti servizi, ma pochi lo ricordavano… le cartelle cliniche spesso erano vuote! Si capisce subito che per sopravvivere Roberto deve aver scelto la strategia del fantasma. Ad un certo punto, però deve aver avuto la necessità di sentirsi vivo e di farsi vedere: ha cominciato a dialogare ad alta voce, alla finestra, con “Quelli della Storia” ed è stato ricoverato dove, per l’agitazione,  hanno dovuto anche contenerlo per alcune ore. Ci si chiede, quindi perché Roberto, ora, può aver cominciato a desiderare di rendersi visibile?. Si cercano le cause più ovvie: i farmaci, la madre che non ce la fa più, gli anni che passano; ma poi qualcuno parla di quando Roberto è andato al Centro Diurno ed ha partecipato al gruppo con gli altri pazienti “psicotici”. La dottoressa, senza pensarci molto, si era trovata a consigliargli di evitare, possibilmente di parlare di Clinton e di “Quelli della Storia” perché temeva avrebbe potuto spaventare gli altri pazienti ed essere respinto da loro. Ci si rende conto che era la prima volta che Roberto sperimentava -  seppure attraverso gli altri - il contatto con la propria psicosi, e, chissà perché, la reazione automatica del mondo era di temere che lui potesse, impotente, esserne respinto e sconfitto. Forse per tutta la vita aveva organizzato l’evitamento di una zona autentica di Sé e forse, adesso, il problema del suo futuro era se e come potersene occupare. A questo punto, molti parlano della sensazione che lui evocava di estremo rischio di agitazione e di violenza… una mina inesplosa.  Il fantasma fa paura quando si rende visibile e Roberto, ora, metteva paura. Poi qualcuno parla dei grandi occhi chiari con grandi ciglia di Roberto: strano! un fantasma dagli occhi buoni che deve aver avuto paura di contattare la propria psicosi in quel gruppo del Centro Diurno. Io sto ancora pensando al film e vedo la Caravella che scivola dal sogno di Bruno verso qualcun altro che non l’aveva mai sognata, ma che se ne impossessa. Nel film, a quel punto non hanno più senso le parole, ma le scene e la musica dicono della rabbia di uno che si scopre impotente e derubato di un sogno.  

Quando vedi che la tua donna ti è stata tolta da un altro, allora nel film finiscono le parole, e vai solo, in giro, perché niente ti tiene se hai perso qualcosa di fondamentale (quello che gli psicoanalisti chiamano “Oggetto-Sé”). Il film allora si apre e ti accorgi che stai perdendo tutto nonostante per tanto tempo ti affannavi ad illuderti che potevi ancora fare sempre un altro film. Per strada ti investe un tuo antico sogno che a suo tempo hai dovuto lasciare  ed ora ti ritorna con le dimensioni mostruose della realtà. Come in un film di Fellini, ipnotizzato, Bruno si trova a seguirlo perché è mille volte più grande della Caravella che aveva immaginato. Inseguendo quella visione dalle dimensioni mostruose senti che arriverai a toccare altre ferite. Infatti la Caravella che, di notte, scivola per le strade di Roma, porterà Bruno a scoprire che lui non potrà fare il film che vuole. E’ qualcosa che già sapeva da tempo! Forse solo a questo punto Bruno sente che bisogna cambiare, perché tutto è già cambiato. Gli analisti sanno che le trasformazioni chiedono che ciò che è concreto e pesante diventi, con gran fatica, leggero e possibile: “quanta delicatezza … è necessaria per essere un Perseo, vincitore di mostri!” (Calvino, Lezioni americane, 7).

Come per Roberto, è un momento doloroso in cui senti che non puoi continuare a evitare di sapere: “voi italiani siete un popolo strano… scavate… scavate… siete sul fondo e continuate a scavare…”. Scavare significa che con Paola si possa continuare a parlare di compiti concreti da distribuirsi e di come evitare di far sapere ai figli che quei genitori si sono da tempo separati, illudendosi che i figli non lo sappiano già. Ma forse, ad un certo punto non è più possibile scavare e la disperazione affiora. Paola tocca finalmente la rabbia di Bruno: “perché hai fatto questa cosa terribile?”. In fondo è il primo contatto autentico fra due persone che si sono incontrate sul falso set di “Cataratte”, un film improbabile che descrive un’altra sufficiente falsità su cui ora, dopo un po’ di anni, per fortuna, si può ridere. Ricordo Annalisa , che ha i miei anni e che seguo da sempre, quando un giorno mi disse che dai nostri incontri aveva imparato soprattutto a sorridere delle situazioni terribili che le  accadevano. Forse per paura di essere fraintesa fece una precisazione che confessava quanto io fossi cambiato per lei: “eppure, dottore, lei sembra una persona così seria!”.

Il film, penso, suggerisce esattamente questa possibilità: per ridere bisogna essere profondamente seri. Il Caimano saluta agitando la mano dall’alto di un elicottero, salta fra la le majorette e la folla, silenziosa e triste di un teatro televisivo: “ vi ho dato la televisione anche la mattina e non più solo programmi grigi… non è bello tutto questo?”. Mi è capitato recentemente di vedere il video di un discorso di Mussolini da un terrazzo di Ancona. Perché in quegli anni quello spettacolo non suscitava niente di strano e veniva preso sul serio? Evidentemente, per quelli di allora, in quella contingenza storica, mancava il senso del comico che ti permette in certe situazioni di sopravvivere e di non farti schiacciare dalla concretezza estrema e pesante di una realtà sciagurata. L’interpretazione di Moretti per me ha avuto l’effetto inverso: tolta la patina del comico, il giullare ora dice una verità terribile e le frasi finali che lo stesso Moretti enuncia fanno pensare  ad altre frasi che “Gian Maria” in tante occasioni ha citato parlando della mafia e dei mafiosi.

Il film procede con la cadenza degli eventi tristi che sembrano avere solo l’esito della rassegnazione impotente: “è inutile fare un film sulla storia di Berlusconi perché tutti sanno già tutto e poi lui ha già vinto…”.  Il progetto di Bruno, colto per caso, sembra impossibile da realizzarsi. Il bulldozer che distrugge la parete della stanza del set che Bruno ha reso sua addormentandosi distrutto, è un’immagine terribile che ti costringe, impotente, a prendere contatto con quella realtà esterna da cui il tuo sonno, per un attimo, ti aveva distratto. Bruno rimane immobile, rassegnato, forse perché, alcune volte, quello che vedi accadere fuori, in qualche modo intimo ti appartiene già. Risulta difficile immaginare che quella macchina, che colpo dopo colpo distrugge  un esile diaframma protettivo, sia guidata da un uomo o non sia piuttosto un mostro insensibile ed inesorabile.

A questo punto il film ha un improvviso guizzo. Bruno accetta finalmente la separazione da Paola e solo allora ci si risolve dall’impotenza “devi dire ‘azione!’… devi dirlo con forza!”.  Il film, alla fine, è una riflessione sui cambiamenti e su chi deve promuoverli. Da fuori possono solo venirci le occasioni, ma gli analisti e gli artisti sanno che le trasformazioni possono solo essere intime. E’ il notaio che consegna a Bruno la possibilità, finalmente di filmare l’ultimo giorno del Caimano: “ma chi li paga tutte queste persone?” chiede Andrea al padre mentre si aggirano fra la confusione del set che timidamente prende il via. E “se poi il film va male?”. Bruno non sa cosa rispondere: “Che domande sono queste?… il film va… va…”. Si tratta di un atto disperato?. Penso che si tratti del campo delle possibilità: è un percorso che parte dalla impossibilità di ripetere all’infinito storie su Cristoforo Colombo; che parte dalla sensazione di rimanere soli proprio quando si decide di cambiare; che parte dalla incapacità a poter dire alla tua donna quanto lei sia importante per te fino a rendersi conto che, nonostante pensavi che niente sarebbe cambiato, tutto sta cambiando, e da tempo, perché i tuoi sogni ti ritornano indietro come boomerang dalle dimensioni mostruose. E quei sogni non li riconosci più come tuoi, perché ti vengono regalati da un altro come fossero suoi: “… è sempre in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perseo, ma non in un rifiuto della realtà del mondo di mostri in cui gli è toccato vivere, una realtà che egli porta con sé, che assume come proprio fardello” (Calvino, Lezioni Americane, 7).

Giuseppe Riefolo

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