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Nota: questo testo è pubblicato anche nella sezione News POL.it Cinema del sito Psychiatry on Line Italia

Il dottor Jung e la dinamite

Suggestioni in margine al film di Roberto Faenza "Prendimi l’anima"

"Ma lei mi ama dottore?" chiede Sabina al suo dottore dell’asilo di Burghölzli. Il regista intuisce che la parola "amore" è una parola chiave quando si incontrano due persone, ambigua ed imbarazzante quando queste due persone non sono più bambini e persino pericolosa se uno dei due si assume il compito di modificare la struttura psicologica dell’altro. Quindi mette i panni del dottor Jung e, cercando di contenere l’imbarazzo e la paura, risponde: "ogni caso clinico, rappresenta per il medico una forma di amore…". Il regista si colloca agli esordi delle ragioni della psicoanalisi ed intuisce l’impossibilità di amare e curare nello stesso tempo, ma coglie la scommessa del dottor Jung e della psicoanalisi che, scoperto l’amore come motore della storia e della vita del soggetto, non vogliono rinunciare all’enorme potere che esso lascia sospettare e alle potenzialità trasformative che promette: "Caro angelo custode, il mio dottore è biondo ed è bello…!"

A questo punto il dado è tratto e l’amore non appartiene più ad una categoria dalle dimensioni e dalle progressioni discrete e lineari ma, come per l’equazione che descrive la massa o una fissione nucleare è un altro ordine di grandezza.

Da tempo non mi capitava di osservare che gli spettatori, autorizzati dal buio della sala cinematografica, perdessero il controllo della propria emotività ed entrati senza più margini di distanza nella storia del film, interagissero con lo schermo come oggetto vivo e (internamente) attivo. "Dottor Jung, anch’io ho fatto un sogno, ma non voglio raccontarglielo… voglio farglielo vedere…!". Nella sala si compongono mugugni dal senso molto eloquente, una sorta di trionfo delle ragioni della paziente sulle povere illusioni del dottor Jung. Alla fine l’amore che, da forza vitale, diventa finalmente e in modo più rassicurante qualcosa di concreto e sensuale. La coazione a ripetere vince sulla trasformazione.

Il regista, però, mantiene il dubbio che la sensualità possa risolvere il percorso dell’amore: li accomuna la stessa progressione esponenziale esplosiva e, apparentemente, il possesso dell’oggetto, ma l’amore finalizzato alla trasformazione è sempre insaturo e dietro ogni oggetto che coglie si presenta sempre una nuova ombra ed un nuovo fantasma, mentre l’amore della sensualità difende sempre, contro tutto e contro tutti, l’appagamento appena conquistato. Per fortuna ritorna il dubbio: di che amore si tratta? Il regista di questo film non vuole trionfare sulle fatiche della psicoanalisi, ma sospetta che la psicoanalisi non si riduca al potere di un soggetto su un altro, quindi di un analista su un paziente, ma che il demone entra nelle vene di entrambi e che la comunicazione effettiva e le trasformazioni possibili non avvengono per mezzo della testa, ma si compiono attraverso la pancia e da qui potranno diventare immagini e poi pensieri.

In molti film che conosciamo il regista trionfa sullo psicoanalista il cui potere si frantuma con l’esplodere dell’amore sensuale. Quì, invece il regista intuisce la fatica dell’analista nell’immergersi con la paziente nel mare degli affetti e dell’amore in particolare e ci propone la fatica che l’analista fa per rimanere a galla. C’è ancora di più e il campo, in quegli anni, veniva attivamente esplorato da Ferenczi. In qualche modo l’analista ha ora bisogno del paziente per essere salvato. Ancora una volta la psicoanalisi non appare come una potente prescrizione dell’ordine medico secondo cui un analista passivizza un paziente, ma si apre un campo di reciprocità: "Sabina, le chiedo di darmi un poco di quell’affetto e di quella pazienza che io ho per tanto tempo avuto verso di lei…" implora l’analista alla paziente. Ho molto apprezzato che il grande Jung fosse rappresentato – in modo che ho trovato discreto e rispettoso – debole e fragile di fronte al demone dell’amore da lui risvegliato e coltivato fino a rischiare di poterne essere sopraffatto: è la fatica di ogni trattamento analitico, la fatica nel muoversi con cautela, ma senza fermarsi in una stanza – come Freud scriverà a Jung - piena di dinamite. I miti hanno sempre fatto custodire i tesori più preziosi da mostri orrendi e distruttivi che solo l’eroe (Bion direbbe il mistico) riesce a vincere, ovvero una posizione in cui la distruttività si trasforma in una intuizione creativa e si assiste finalmente a qualcosa che prima non era mai esistito.

La sala mugugna gongolante, ma ora c’è più tensione quando Jung respinge Sabina che propone la concretezza di qualcosa che fino a quel momento sopravviveva ambiguo e sospeso: "Carl, voglio darti un figlio!".La sala evidentemente partecipa del trionfo del potere concreto sulla capacità della mente di fantasticare e sognare. Ancora una volta la rassicurazione della coazione a ripetere che tenta di impedire ogni trasformazione! ma penso sia inevitabile ed ogni analista sa che non può che essere questo il gioco non solo verso la cultura comune, ma soprattutto verso il processo creativo di ogni analisi. Dovendo dare un finale al film il regista sembra decidere verso l’instaurarsi di un regime di amore piuttosto che del trionfo improprio e distonico della sensualità: "ero venuta per umiliarti, ma non ci sono riuscita… addio!" L’analista non si sottrae e mantiene la propria posizione di amore verso la sua paziente; la chiama anche se lei fugge via: "Signorina Spielrein… Signorina Spielrein!" Da questo momento la relazione analitica prende altri spazi. Sabina sente di poter amare oggetti che si collocano nel mondo esterno e la fatica è tanta, ma inevitabile: una figlia, un marito malato, una società inospitale per i propri sogni. In tali spazi la sostiene l’amore per l’angelo custode che ora non è più un diario ma che, distante, ha un indirizzo preciso: "Caro amico mio le scrivo per dirle….".

Di solito ho una certa difficoltà a vedere film che parlino di psicoanalisi perché sento che non potrò essere obiettivo, ma alla fine devo dire che – sebbene sicuramente non posso essere obiettivo anche questa volta – ho sentito che il regista non cercava di parlare di psicoanalisi, semplicemente si era innamorato di una eroina a cui voleva restituire dignità e visibilità: questo è dichiarato sin dalla premessa del testo iniziale. Credo che questo sia il pregio maggiore del film, ovvero che non voglia descrivere la psicoanalisi, ma una donna nelle sue vicende toccanti ed umane. Ed è proprio attraverso questo falso registro che, a mio parere, il regista si dispone a cogliere in modo evocativo i punti essenziali che sin dall’inizio hanno caratterizzato e motivato il percorso della psicoanalisi: la sostanziale reciprocità della relazione analitica, la profonda inconoscibilità degli esiti delle trasformazioni che l’analisi permette e soprattutto la posizione centrale della questione dell’amore. Mentre da sempre (anzi: da Ferenczi in poi) la originalità degli esiti dei processi analitici sia sempre stata accettata e attivamente perseguita dagli analisti, la reciprocità e la funzione dell’amore continuano ad essere anche per gli analisti campo minato su cui si procede con estrema lentezza. Ben venga la lentezza se essa è la sola progressione possibile, ma se gli analisti si guardano intorno possono avere sollecitazioni a cogliere immagini per i loro pensieri. I film e l’arte in genere ci aiutano in questo processo: tutto sta, a mio parere, a tener sempre presente che la teorizzazione analitica ha un codice ben differente da quello iconico ed evocativo che caratterizza un film.

Torno, quindi alla sala che mugugna quando Jung viene totalmente assorbito ed entra nel sogno di Sabina: in qualche modo continuo a pensare che "… questo è lo scopo della storia: far sì che un uomo veda la cosa che ha davanti agli occhi mostrandogliene un’altra" (Paul Auster): la psicoanalisi, come giustamente aveva anticipato in modo categorico Freud, non può essere descritta; semplicemente alcune volte ci può capitare di partecipare ad intuizioni che sentiamo ci collocano rispettosamente in quelle preoccupazioni, nelle fatiche e nei momenti di grande vitalità che conosciamo nell’analisi. Il film di Faenza ha un certo merito: la intuizione (che giustamente rimane tale fino alla fine) che l’amore sia un dispositivo centrale nel processo dell’analisi. Il regista, rispettosamente non va oltre e si impegna a raccontare la storia di una donna particolare e di un uomo appassionato che nella vita non può dimenticare di essere anche faticosamente un artificiere ed un equilibrista. Anche i suoi familiari e la sua vita privata lo sanno e non può essere altrimenti! Semmai spetta agli analisti continuare a cimentarsi con la dinamite, a mantenere e a coltivare l’amore verso i propri pazienti e verso la propria capacità di rimanere saldi e di mantenere sospeso un demone che tenta continuamente di rappresentarsi appagante e concreto. Il film intuisce la difficoltà del lavoro analitico, e concede all’analista la capacità di rimanere saldo e di non fuggire nonostante l’esplosione, a volte, della dinamite: mentre a Rostow si compie la follia nazista Sabina vuole affidare al suo analista il proprio diario intimo e l’analista, proprio perché in qualche modo continua ad "amarla" è in ascolto.

Mentre torno a casa mi scopro impegnato a cercare di ricordare un passo della Traviata che tempo fa ho conosciuto attraverso una mia amica: "…oh gioia che io non conobbi essere amata amando".

 

"…come se Eros soltanto, che conserva ogni cosa vivente, non
fosse argomento degno della brama di sapere del ricercatore
"

(Freud, 1910).

Giuseppe Riefolo

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