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N E W S C O N T A T T I R I C E R C A L I N K S F O R U M

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 NOTA STORICA SUL MANICOMIO DI FERRARA

    L. Ippedico, G. Riefolo, F.M. Ferro

 

1. La fondazione

              La data del 29 ottobre 1858 sancisce la nascita del Manicomio di Ferrara. Quel giorno 56 "poveri mentecatti" (28 uomini e 28 donne) che si trovavano ricoverati in "malsane ed anguste camere dell'Arcispedale di S. Anna" furono trasferiti nel palazzo Tassoni, un antico edificio situato sui bastioni della città, che costituì in questo modo il primo nucleo del manicomio ferrarese. [1]   Promotore dell'iniziativa fu il dottor Girolamo Gambari, che divenne il primo Direttore dell'Istituto. Prima di quella data in Ferrara esisteva soltanto una sezione riservata "alla custodia dei pazzi" nell'ospedale civile di S.Anna. Le condizioni di tale sezione erano assai precarie dal punto di vista igienico e con un'alta mortalità dei ricoverati. Di ciò fa menzione anche l'alienista francese Lunier nel commemorare il Gambari, morto nel 1872.

     Il Lunier pubblicò un ricordo del collega italiano sugli Annales medico-psychologiques di Parigi, facendo riferimento a un viaggio per i Manicomi italiani da lui compiuto nel 1830. La commemorazione scritta dal medico francese fu ripubblicata, in occasione del 2° anniversario della morte del Gambari, sul Bollettino del Manicomio di Ferrara.  Essa contiene alcune interessanti notizie storiche sull'assistenza degli alienati in Ferrara, oltre ad una breve biografia del defunto.

     "Prima di parlare di questo onorevole Collega, diremo qualche parola del Manicomio, di cui in antecedenza era stato Medico. L'Ospedale civile di Ferrara (S. Anna) avea una sezione, cattiva sotto ogni rapporto, destinata alla custodia dei pazzi. Allorchè visitammo, nel 1830, i Manicomi d'Italia, ci portammo pure nell'Ospedale di S. Anna, ove ricordiamo una camera umida, bassa ed oscura, distinta con questa commovente leggenda: "Rispettate o posteri/ La celebrità di questa stanza/ Dove/ Torquato Tasso/ Infermo più di tristezza che di delirio/ Detenuto dimorò anni VII mesi II/ Scrisse versi e prose/ E fu rimesso in libertà/ Ad istanza della città di Bergamo/ nel giorno VI luglio MDLXXXVI".

          "I muri di questa prigione erano coperti da nomi celebri come Byron, Chateaubriand, Delavigne, Gay ecc.

          "Il dott. Gambari, convinto dei gravi inconvenienti di questa sezione dell'Ospedale, richiese uno stabilimento più salutare al Consiglio provinciale, che generosamente lo accordò. (...).

          "Il Gambari, che morì nel Maggio del 1872, godeva di una grande considerazione, ed era membro della Società medico-psicologica di Parigi". [2]     

     Dopo la morte del Gambari, nel 1873 la direzione del Manicomio ferrarese viene assunta da Clodomiro Bonfigli, già vicedirettore del Manicomio di Reggio Emilia e che diverrà, di lì a poco, una figura di spicco della nuova scienza freniatrica italiana. Con Bonfigli il Manicomio, partendo da una condizione ancora poco felice, viene ampliato con nuove fabbriche, trasformato e riorganizzato secondo le più moderne concezioni del tempo. Egli riesce a trasformare il Manicomio di Ferrara in uno dei migliori istituti dell'epoca e costituisce intorno a sé una vera scuola freniatrica. [3]

     Il Manicomio possiede "ampî cortili e giardini per uso dei Servizi generali e soggiorno dei malati. E' fornito in abbondanza d'acqua potabile dall'acquedotto della città. Le latrine sono tutte costruite con sistema a sifone. La fognatura è fatta con una serie di grandi tubi di cemento e di pozzetti a tenuta idraulica. Esiste una Lavanderia a vapore (sistema americano), Panificio e pastificio perfezionati. Per ciascuna Sezione (uomini e donne) esistono Reparti per accettazione, per tranquilli, agitati, Infermeria e pensionanti.

     "L'Istituto possiede Laboratorî per ricerche cliniche, anatomiche e chimiche, un Museo craniologico che abbonda specialmente in cranî di epilettici, più una ricchissima Biblioteca...". [4]     

     La direzione del Bonfigli dura circa un ventennio. Nel 1891 gli succede il dottor Ruggero Tambroni, suo allievo, già medico-assistente dell'Asilo ferrarese. Nel 1893 Bonfigli passerà a dirigere il prestigioso Manicomio di Roma.

          In una fase successiva dello sviluppo del Manicomio nasce "a tre chilometri dalla città (...) una Succursale, Colonia agricola, nella località di S. Bartolo, che funge anche da ricovero per alienati cronici tranquilli, dove trovano collocamento circa 100 malati e dove si è approntata una sezione speciale per idioti". [5]

          Il Manicomio di Ferrara serve, oltre a tutto il territorio della provincia, anche larghe zone delle provincie di Rovigo, Vicenza, Modena e Bologna. Nel decennio che va dal 1873 al 1882, la media complessiva dei ricoverati oscilla tra  204 e 283 unità, di cui la grande maggioranza "poveri ad esclusivo carico della Provincia". [6]

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2. Il Bollettino del Manicomio provinciale di Ferrara 

          Direttore da un anno, il Bonfigli nel 1874 promuove la pubblicazione di un "foglio periodico" dell'istituto, il Bollettino del Manicomio provinciale di Ferrara [7] , com'è già uso di numerosi manicomi italiani e stranieri. Il primo numero del giornale esce il 9 gennaio del 1874. Nell'editoriale d'apertura la direzione del Manicomio illustra gli scopi della pubblicazione che avrà cadenza mensile.

     "In ogni numero verranno date brevi notizie sullo stato di tutti i malati, indicandone il nome e il cognome con le sole iniziali, ed il luogo di nascita; (...).

     "Ogni mese verrà pubblicato uno specchio del movimento dei malati avvenuto nel mese antecedente.

          "Mensilmente si darà pure relazione dei lavori eseguiti dai malati sotto la direzione degli infermieri operai, non che dei lavori di miglioramento, ingrandimento ecc. fatti eseguire dalla Commissione amministrativa.

          "Si renderà conto delle feste e degli avvenimenti più interessanti che hanno luogo nel Manicomio.

          "Si registreranno i doni fatti a pro dello Stabilimento o dei malati, pubblicando in pari tempo i nomi dei donatori.

          "Verrà a suo tempo proposta e propugnata la fondazione di una -Società di patrocinio- per i pazzi usciti dal Manicomio.

          "Quando vi sarà spazio sufficiente si detteranno precetti d'igiene popolare, specialmente in relazione con la nostra specialità.

          "Il nostro periodico, come si vede, si raccomanda specialmente ai parenti dei malati, ai Sindaci e Delegati comunali, ai Farmacisti, ai Parroci delle città e delle campagne, e a tutti quei filantropi che prendono interesse alla sorte dei poveri alienati.

          "I contadini e gli operai che trovansi lontani dal capo- luogo, che sono illetterati e che hanno la sventura di avere un loro congiunto nel manicomio, potranno averne notizie periodiche con facilità dal loro Sindaco o dal loro parroco per mezzo di questa pubblicazione, la quale così raggiungerà il suo scopo principale, che è quello di lenire il dolore e lo sconforto di tante famiglie". [8]

          Il Bollettino verrà pubblicato regolarmente lungo tutto il periodo della direzione Bonfigli. Il suo carattere fondamentale è quello informativo, soprattutto sulla vita interna del Manicomio; è diretto essenzialmente ai non specialisti, ed ambisce a rinnovare la cultura popolare intorno alla cura degli alienati e  promuovere nuove iniziative sociali in loro favore (come la Società di patrocinio). Deve restare estraneo al Bollettino (e ad ogni Diario o Cronaca manicomiale) - come viene puntigliosamente sottolineato in una nota [9] - qualunque intento scientifico in senso stretto, per il quale le riviste specialistiche (come, ad esempio, la Rivista italiana di freniatria) rappresentano la sede più idonea.

          Viene data così grande importanza al ruolo formativo che un foglio periodico del manicomio può svolgere nella società civile; inoltre questo tipo di pubblicazioni - vere e proprie finestre sull'attività interna degli istituti - permettono una conoscenza reciproca tra un manicomio e l'altro, e il diffondersi di pratiche comuni di cura e riabilitazione. Per tale ragione viene salutata con entusiasmo sul Bollettino ogni nuova nascita di periodici "fratelli" da parte di istituti di altre città. Con la pratica del "cambio" giungono al Manicomio di Ferrara, in genere mensilmente, numerosi giornali manicomiali che condividono le stesse ragioni editoriali del Bollettino. [10]

     Il Bollettino si manterrà fedele alle sue linee programmatiche per tutta la gestione Bonfigli. In ogni numero il periodico si apre con le Notizie sanitarie, nelle quali, sotto un elenco che, iniziando da Ferrara, comprende numerosi paesi e villaggi di campagna(inclusi quelli delle provincie limitrofe), sono indicati i nomi dei pazienti ricoverati (con le iniziali del loro nome) e, sinteticamente, le loro condizioni cliniche.

          Soprattutto nei primi anni di pubblicazione è spesso presente una rubrica di Freniatria popolare in cui massimamente si concentra lo spirito educativo del giornale. Si tratta di un vero e proprio compendio a puntate di freniatria spiegata al popolo. Eccone alcuni capitoli:

          - "I pazzi che ragionano" [11] , volto a rimuovere il luogo comune che i pazzi siano "soltanto quegl'individui che fanno discorsi del tutto incoerenti e che si abbandonano ad atti strani e disordinati";

          - "Sul licenziamento dei pazzi"; [12]

          - "Sul trattamento dei pazzi" [13] , lungo capitolo in due parti di storia della freniatria e dei suoi mezzi terapeutici;

          - "Della libertà concessa agli alienati"; [14]

          - "I guariti e i convalescenti che escono dal Manicomio"; [15]

          - "Abuso del vino e liquori"; [16]

          Talvolta la rubrica prende spunto da notizie pubblicate su riviste o periodici italiani e stranieri, attinenti alla vita dei manicomi o da episodi di cronaca che abbiano per protagonisti degli alienati.

          Nel numero dell'aprile 1875, ad esempio, si da notizia di una rivolta dei malati nel Manicomio di S. Andrea, vicino a Pietroburgo, della quale sarebbero stati responsabili gli infermieri di quell'Asilo, incuranti della custodia dei pazienti durante la pausa per il pranzo. [17]   La cronaca è ripresa dagli Annales medico-psychologiques, riportata certamente per la sua singolarità, ma forse anche con lo scopo di sollecitare una maggiore attenzione nella custodia dei pazienti da parte degli infermieri dell'Istituto ferrarese.

          Nel numero di settembre dello stesso anno viene pubblicato un altro episodio di cronaca accaduto in Francia, nel villaggio di Saint-Maurice-sur-Aveyron, sempre ripreso dagli Annales. E' il racconto di una strage di sette individui per opera di un epilettico, in cui la malattia si era "complicata" in alienazione mentale. [18]   L'episodio si svolge in una zona di campagna ed ha perciò particolare interesse per un manicomio, come quello ferrarese, in cui buona parte della popolazione degli infermi proviene dalle campagne della provincia. In questo caso c'è un ammonimento ed un invito ai Sindaci e alle Autorità delle zone di campagna a non trascurare il problema degli alienati che lì facilmente sfuggono ad ogni cura e controllo.

          Come si vede dunque la scelta degli argomenti non è mai casuale ed ha quasi sempre un risvolto pratico, ad uso interno, oltre che un fine istruttivo più generale.

          Le attività degli infermi all'interno dell'Asilo costituiscono un altro puntuale capitolo del Bollettino. Questi sono i principali lavori svolti dai malati, sotto la direzione degli infermieri: per gli uomini, lavori di terra e giardinaggio, da calzolaio, muratore, falegname, tappezziere, canepino, pittore, cordaio, ecc.; per le donne, lavori di cucito, filato, maglia, rammendo, tessitura di pantofole, ecc.; per entrambi i sessi, bachicoltura, pulizie, cucina, ecc. Tutto il lavoro svolto è riportato mese per mese su una tabella e, per giudizio di un esperto, ne viene valutato il valore economico in termini di mano d'opera. Una parte di questa quota è pagata ai pazienti in danaro o in tabacco, un'altra parte (la più rilevante) è trattenuta dall'Amministrazione.

          Alcuni numeri del periodico raccontano la cronaca degli avvenimenti mondani - feste, celebrazione di anniversarî - che ogni tanto allietano la vita dello Stabilimento, sottolineando sempre il buon comportamento degli infermi in queste manifestazioni ed il loro intervento attivo in giochi, danze, esercizi poetici (talora pubblicati a parte sul giornale).

          Un'altra rubrica quasi sempre presente nel Bollettino è quella dei ringraziamenti agli Autori che inviano le loro opere - prevalentemente lavori scientifici di carattere medico e freniatrico - al Manicomio. Si tratta di un numero cospicuo di pubblicazioni che, aggiungendosi alle donazioni dei direttori e dei medici dell'Asilo, alla pratica del "cambio" tra il Bollettino e altre riviste italiane e straniere, agli abbonamenti, ecc., costituirà con il tempo una "ricchissima Biblioteca". [19] Scorrendo l'elenco dei lavori scientifici che man mano giungono a Ferrara, si può notare la grande fioritura degli studî psichiatrici italiani nel periodo post-unitario, contemporaneamente alla nascita della Società freniatrica italiana e allo sviluppo del movimento ideologico e politico che ad essa è collegato. Molti personaggi di rilievo della "nuova" scienza, come il Verga, Biffi, Livi, Porporati, E. Morselli, Lombroso, Solivetti, L. Bianchi, ecc., inviano i loro lavori a Ferrara (cosa che presumibilmente fanno con tutti gli altri manicomî italiani, dando così l'idea della grande diffusione della moderna disciplina su tutto il territorio nazionale).

          Un altro dato degno di nota riguarda il gran numero di pubblicazioni che giungono a Ferrara dall'area germanica e, in particolar modo, da Berlino e Vienna. Costantemente, ad esempio, arrivano i nuovi lavori di Paul Guttmann e Krafft-Ebing, a testimoniare, ancora una volta, la grande influenza che in questa fase storica la psichiatria tedesca esercita in Italia.

          Abbiamo tracciato per grandi linee i contenuti principali del Bollettino del Manicomio provinciale di Ferrara, rimandando al successivo paragrafo il problema della Pellagra che, per la sua rilevanza sociale e clinica, occuperà molto spazio sul giornale. Subentrando al Bonfigli il dottor Tambroni nella guida del Manicomio e in ossequio ad una più aggiornata visione della psichiatria su basi neuropatologiche, il Bollettino verrà sostituito da un nuovo periodico, Il Giornale di psichiatria clinica e tecnica manicomiale, una rivista questa volta propriamente scientifica, che perde il carattere filantropico del precedente periodico per far posto ad un taglio editoriale essenzialmente tecnico, per specialisti. La nuova rivista dà spazio esclusivamente a lavori scientifici originali, perdendo il carattere di cronaca manicomiale. Tali nuove tendenze verranno ulteriormente esaltate nel successivo Giornale di psichiatria e neuropatologia, che prenderà il posto della precedente rivista, a partire dal secondo dopoguerra per giungere sino ai nostri giorni.

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3. La Pellagra

          Nel maggio del 1878 sul Bollettino appare un lungo editoriale dal titolo "L'aumento della popolazione nel nostro Manicomio" [20] , in cui la Direzione denuncia un persistente e preoccupante aumento negli ultimi anni dei nuovi ammessi e della media complessiva dei ricoverati, quest'ultima attestata in quel momento sulle 250 unità circa. Tale costante progressione, si rileva, è un fatto comune a tutte le "popolazioni del mondo civile, dove ai mentecatti si presta ricovero ed assistenza". Ciò che distingue però il Manicomio di Ferrara è l'elevata incidenza di malati di Pellagra: dei 63 nuovi ammessi nel Manicomio nel primo quadrimestre del 1878, 25 sono "poveri contadini pellagrosi".

          A quel tempo infatti la malattia aveva una diffusione endemica nel territorio rurale della provincia ferrarese e del Polesine. Oggi si riconosce che la Pellagra - attualmente quasi scomparsa, tranne alcune forme minori dette pellagroidi - era causata dalla insufficiente alimentazione e, in particolare, dalla carenza di alcuni principi vitaminici essenziali, tra i quali la niacina (vitamina PP, pellagra preventing), composto presente in natura "in dosi sufficienti solo nella carne, nel pesce, nella farina integrale di grano e nei legumi". [21]   Le principali manifestazioni della malattia erano costituite dall'eritema cutaneo ("mal della rosa", descritto dallo spagnolo Casal nel 1735), dalla diarrea e dai disturbi nervosi ("con astenia, depressione, irritabilità e difetto di concentrazione nei casi lievi, con psicosi acute o con la demenza cronica nei casi gravi" [22] , oltre a turbe della sensibilità e della motricità), in un quadro generale di dimagrimento e prostrazione fisica e frequenti complicanze di ordine infettivo che determinavano spesso la morte, quando questa già non si verificava per suicidio.

          Nell'ottobre dello stesso 1878, sotto la pressione di un continuo incremento delle ammissioni di infermi pellagrosi (che alla fine dell'anno toccheranno le 105 unità [23] ), il Bonfigli pubblica sul Bollettino un articolo intitolato "La pellagra nella provincia di Ferrara" [24] , in cui affronta con decisione e sistematicità il problema delle cause della malattia. Egli non ha dubbi in proposito: la causa unica e vera della Pellagra è la miseria, la povertà della classe agricola. Questa posizione contraddice polemicamente quella sostenuta dall'autorevole Cesare Lombroso, professore nella Regia Università di Torino, che in quegli anni va conducendo esperimenti sulle cause della malattia, giungendo alla conclusione (condivisa da altri pellagrologi europei) che essa sia dovuta ad un principio di avvelenamento da una sostanza tossica, simile alla stricnina, denominata pellagrozeina, che si genera dalla degradazione, per ammuffimento o putrefazione, del granturco, principale se non unico alimento, sotto forma di polenta, di vaste popolazioni.

          Bonfigli non ritiene plausibile l'etiologia tossica della malattia, poichè essa non spiegherebbe, tra numerosi altri punti oscuri, la sua differente incidenza tra la gente povera delle città e quella delle campagne (maggiormente colpita). Nel suo articolo egli sostiene: "La pellagra, secondo il nostro modo di vedere, collegasi strettamente, come abbiam detto, con la grave questione sociale del pauperismo della classe agricola, e la parte che spetta al granturco nella genesi della pellagra è secondo noi soltanto indiretta. Il granturco produce la pellagra solo perchè adoprato come alimento unico attutisce lo stimolo della fame, ma non nutrisce in proporzione dei bisogni fisiologici dell'individuo relativo; la pellagra sarebbe adunque per noi una malattia dovuta soprattutto all'alimentazione quotidianamente insufficiente, vale a dire alla miseria abituale che dell'insufficiente alimentazione è la causa prima. Difatti: la pellagra è andata tanto più estendendosi nella nostra provincia, quanto più si è reso notevole il caro dei viveri e di quant'altro è assolutamente necessario alla vita, per cui i poveri operai agricoltori si sono trovati nella necessità di non poter procurarsi altro cibo all'infuori della scarsa e spesso insipida polenta; - il numero dei pellagrosi accolti nei pubblici stabilimenti è proporzionale alla scarsità del raccolto verificatosi nell'anno antecedente; - i poveri della città non vanno soggetti a pellagra, perchè l'alimentazione loro non è quotidianamente insufficiente, perchè per essi i giorni di privazioni sono spesso alternati con giorni in cui assumono cibi nutritivi e corroboranti, perchè in una parola, se essi soffrono qualche volta e per breve tempo la fame acuta, non patiscono quella che noi denominammo fame cronica, come i poveri agricoltori condannati a nutrirsi sempre ed esclusivamente con poca polenta ed a bere acqua spesso melmosa e malsana; - fra gli stessi agricoltori, quelli che più facilmente vengono colpiti dalla pellagra sono i poveri giornalieri, che per il fatto del trovarsi sovente senza lavoro, e per la scarsità della mercede che viene loro accordata, sono nell'impossibilità di mutare qualche volta il genere d'alimentazione, e neppure della abituale polenta possono cibarsi a sazietà; mentre al contrario la pellagra è assai più rara fra gli affittuari, fra i mezzadri, nelle famiglie coloniche dei latifondi, soccorse sempre dai proprietari nei momenti difficili, e soprattutto fra i reggitori delle dette famiglie, che più spesso nelle loro gite alla città, ecc., sono in grado d'interrompere con pasti relativamente lauti, la dieta a cui è condannato il resto della famiglia; eppure è sempre la stessa polenta, è sempre lo stesso granturco talora ammuffito, il cibo di cui prevalentemente si nutruno questi più fortunati fra i contadini; come l'immunità loro potrebbe spiegarsi, se la pellagra dovesse la sua origine al veleno del maiz? Ad un veleno congenere della stricnina? -" [25]

          La risposta del Lombroso, a difesa della teoria dei veleni del maiz, non si fa attendere. Dopo appena 10 giorni dalla pubblicazione del testo su riportato, il professore di Torino invia al Bonfigli una lettera, in seguito pubblicata sul Bollettino [26] , di tono assai critico, se non proprio risentito, contro "chi a dei fatti e ad esperimenti obbietta solo opinioni", pur riconoscendo al direttore ferrarese un'autorità scientifica nella materia.

          Si apre così un lungo dibattito tra i due illustri frenologi che si protrarrà per alcuni anni. Bonfigli affiderà ad una rivista scientifica, il "Raccoglitore Medico", le sue idee e le sue repliche al Lombroso. [27]

          Intanto, ad aggravare una condizione sociale già di "spaventevole miseria" delle popolazioni delle campagne ferraresi, interviene nella primavera del 1879 una inondazione del Po che invade "migliaia di ettari di terreni coltivati, distruggendo ogni raccolto". Il Bollettino pubblica subito un appello di solidarietà per le popolazioni colpite, rivolgendosi in primo luogo agli altri Manicomi d'Italia. "Colleghi egregi - recita l'appello - il vostro buon cuore ci è noto; chi dedica la propria vita a sollievo dei disgraziati, non può non commuoversi di fronte a tanta jattura, e perciò fiduciosi vi chiediamo la carità e vi preghiamo di chiederla a nome dei poveri inondati al personale da voi dipendente. Ciò facendo, noi non usciamo dal nostro campo, facciamo la cura profilattica della pellagra. [28]

          I soccorsi agli inondati non mancano, soprattutto da parte dei manicomi vicini: Imola, Reggio Emilia, Parma, in cui vengono raccolte somme di denaro significative, inviate al centro di raccolta istituito nel Manicomio ferrarese. [29]

          Anche in seguito a questi avvenimenti, il Bonfigli inizia a pubblicare ogni mese sul Bollettino una serie di "Bozzetti clinici", successivamente raccolti in volume, [30]   relativi ai pellagrosi accolti nel Manicomio nel 1879, "brevi annotazioni da servire allo studio della pellagra, estratte dalle polizze anamnestiche, dai diari clinici, e dai registri delle necroscopie". [31]

          Questo "martirologio", come Bonfigli lo definisce, che comprenderà alla fine 86 bozzetti di "poveri pellagrosi", inizia nell'aprile del 1880 per concludersi nel novembre del 1882. Lo studio è corredato da tabelle statistiche, redatte anche con i dati forniti dall'Arcispedale di S. Anna, che accoglie prevalentemente "pellagrosi non pazzi". In una tabella [32] si  legge che dal 1870 al 1880 i pellagrosi ammessi al S. Anna sono stati 276, mentre quelli ammessi nel manicomio sono stati 461, per un totale di 737 infermi, concentrati però in grande maggioranza negli ultimi quattro anni del decennio considerato.

          I bozzetti clinici sono completati alla fine da una sintesi ed una riflessione sui dati epidemiologici, clinici e anatomopatologici ricavati dallo studio dei casi. Per quanto riguarda, in particolare, le manifestazioni della "frenosi pellagrosa", Bonfigli mostra pregevoli doti di psicopatologo, attento ai problemi di diagnosi differenziale. Egli pone una distinzione fra i disturbi nervosi legati direttamente alla denutrizione cronica, esitanti spesso in un quadro sostanzialmente demenziale, e disturbi, che potremmo definire funzionali, di tipo prevalentemente melanconico, non legati esclusivamente alle carenze alimentari.

          "Il turbamento mentale dei nostri malati, ora aveva il carattere della depressione delle facoltà intellettuali, ed ora manifestavasi in forma di delirio vago. - La depressione delle facoltà intellettuali l'abbiamo specialmente osservata nei malati più gravi, più denutriti, più deboli; tali malati mostravansi inetti a lavorare, a camminare, a muoversi; la stessa denutrizione e debolezza esistenti nei loro muscoli, ecc., doveva verificarsi anche nel loro cervello; in essi non si trattava di vero delirio, ma bensì di debolezza di mente, che del resto poteva verificarsi nei diversi malati in grado molto diverso. (...).

          "Il delirio vago, qualche volta caotico, il più spesso però a sfondo melanconico, l'abbiamo osservato in 43 dei nostri malati. - Gl'infermi relativi erano pellagrosi per la prima volta, ovvero da pochi anni, erano meno degli altri pallidi e denutriti (...). In questa categoria di malati il disordine intellettuale, secondo noi, non doveva riguardarsi come un sintoma diretto della pellagra, ma bensì come un fenomeno accessorio sviluppatosi sotto le stesse circostanze che avevano favorito lo sviluppo della pellagra, ma indipendentemente da questa. - In sostanza il delirio presentato da molti dei nostri pellagrosi non poteva, a nostro avviso, riguardarsi assolutamente come un delirio da inanizione, ma bensì come un delirio prodotto da altre cause occasionali (patemi d'animo, ecc.) in persone predisposte per eredità e per debolezza dell'organismo a soggiacere meglio di altre alle cause suddette di pazzia". [33]

          Abbiamo accennato al lungo dibattito scientifico sviluppatosi tra il Bonfigli e il Lombroso sulla eziologia della Pellagra, uno scambio che sconfinerà a volte anche sul piano della polemica personale. [34] La moderna concezione della malattia -  considerata una sindrome carenziale complessa, in cui, oltre al principale difetto di niacina, mancano anche altri nutrienti e vitamine, a causa dello "scarso potere nutritizio di una dieta fondata prevalentemente sul mais e spesso associata all'uso eccessivo di alcool" [35] -  conferma le idee del Bonfigli e dei carenzialisti, sconfessando la teoria dell'avvelenamento del Lombroso. Ma la tesi lombrosiana, all'epoca dei fatti che abbiamo narrato, evidentemente godeva di maggiore considerazione presso gli ambienti governativi dello Stato unitario.

          Nel luglio del 1883, infatti, il Bollettino pubblica il Disegno di legge del Ministero dell'Agricoltura, inteso a diminuire le cause della Pellagra. Tale provvedimento recepisce  in tutto le idee lombrosiane, accreditando massimamente                                       la teoria "zeistica" della malattia, vietando perciò la vendita, distribuzione e macinazione del granturco (zea mais) quando venga riconosciuto immaturo, guasto o avariato. [36]

          Il commento del Bollettino, sicuramente ispirato dal Bonfigli, pur nell'approvazione formale del provvedimento governativo, sottolinea la sua inadeguatezza e auspica una diversificazione delle coltivazioni (abbandonando quella esclusiva del granturco) e un mutamento sociale in favore delle classi più povere. [37]  

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[1] Bollettino del Manicomio provinciale di Ferrara, 1883, Anno X, n. 11, pp. 4-5 (d'ora in poi il Bollettino del Manicomio provinciale di Ferrara è citato con la sigla BMF).

[2] BMF, 1874, I, 6, p. 7.

[3]  A. Tamburini e coll., L'assistenza agli alienati in Italia e nelle varie nazioni, Torino, 1918, p. 110.

[4]  Ibid., p.129.

[5]  Ibid., p. 130.

[6] BMF, 1883, X, 12, pp. 4-5.

[7]  Tutti i numeri dei primi 10 anni di attività del BMF, dal 1874 al 1883, sono raccolti in un unico volume che fu pubblicato in occasione dell'Esposizione freniatrica di Voghera, nell'ambito del IV Congresso freniatrico italiano (16-22 settembre 1883).

[8] BMF,1874, I, 1, pp. 1-2.

[9]  BMF, 1874, I, 6, pp. 4-5.

[10] I giornali manicomiali che arrivavano a Ferrara erano i seguenti: Bollettino del privato manicomio Fleurent a Capodichino in Napoli; Diario del Manicomio provinciale di Parma in Colorno; Diario dell'ospizio di S. Benedetto in Pesaro; Cronaca del manicomio anconitano; Giornale di medicina mentale. Organo del Manicomio di Palermo; Giornale del Manicomio di S. Margherita in Perugia; Gazzetta del frenocomio di Reggio Emilia; Cronaca del Manicomio di Siena; Gazzetta del Manicomio della provincia di Milano in Mombello; Illenauer Wochenblatt (Manicomio di Illenau - Baden).

[11]  BMF, 1874, I, 2, pp. 5-7.

[12]  BMF, 1874, I, 3, pp. 4-6.

[13]  BMF, 1874, I, 4, pp. 5-7 (parte prima) e BMF, 1874, I, 5, pp. 5-7 (parte seconda).

[14]  BMF, 1874, I, 6, pp. 5-7.

[15]  BMF, 1874, I, 7, pp. 4-6.

[16]  BMF, 1874, I, 8, pp. 6-7.

[17]  BMF, 1875, II, 4, p. 7.

[18] BMF, 1875, II, 9, pp. 5-7.

[19]  A. Tamburini e coll., op. cit., p. 129.

[20] BMF, 1878, V, 5, pp. 5-7.

[21]  D. Scavo, Le vitamine nella patologia, in U. Teodori, Trattato di Patologia medica, Roma, 1980, vol. 4, p. 2755.

[22] D. Scavo, Op. cit., p. 2756.

[23]  BMF, 1880, VII, 11, p. 7.      

[24]  BMF, 1878, V, 10, pp. 6-10.

[25]  Ibid., p. 8.

[26]  BMF, 1878, V, 12, pp. 4-6.

[27]  Si tratta di due saggi: C. Bonfigli, Lettere polemiche sulla pellagra, in Raccoglitore medico, 1879, vol. XI, fasc. 3 ss.; C. Configli, Le questioni della pellagra. Appendice alle lettere polemiche, in Raccoglitore medico, 1879, vol. XIV, fasc. 12 e 13.

[28] BMF, 1879, VI, 6, p.1.

[29]  BMF, 1879, VI, 7, pp. 5-6.

[30]   C. Bonfigli, I pellagrosi accolti nel 1879 nel Manicomio di Ferrara. Bozzetti clinici, Ferrara, 1882-83.

[31]  BMF, 1880, VII, 4, p. 5.

[32]  BMF, 1880, VII, 11, p.7.

[33]  BMF, 1882, IX, 6, p. 5.

[34]  La  polemica con il Bonfigli rappresentò solo un momento di una ben più ampia " battaglia" di cui Cesare Lombroso fu protagonista per diversi anni nel mondo scientifico ed accademico italiano a sostegno della teoria tossicozeista della pellagra e contro i carenzialisti. Di tale scontro ideologico il recente libro di Pier Luigi Baima Bollone, Cesare Lombroso ovvero il principio dell'irresponsabilità, Torino, 1992, pp. 49-69, offre un ampio resoconto.

[35]  D. Scavo, Op. cit., p. 2755.

[36]  BMF, 1883, X, 7, pp. 4-7.

[37]  A. De Bernardi analizza il significato dell'affermazione della teoria tossicozeista a livello legislativo.Egli sostiene che le tesi lombrosiane sull'origine della pellagra fornirono al giovane Stato italiano - per vari decenni, fino alla scoperta della vera natura della malattia - una base ideologica efficace per "organizzare un'iniziativa profilattica praticabile, cioè finalmente liberata dalla paralizzante preoccupazione di toccare gli assetti strutturali dell'agricoltura", fondata sulla grande proprietà fondiaria. "In sostanza il tossicozeismo apriva degli spazi di intervento, fino ad allora poco individuabili, perchè sul piano scientifico estrapolava il fenomeno pellagroso dal suo universo sociale, trasformando una malattia da fame cronica in un'infezione batterica, una grave patologia da povertà in una semplice questione di polizia sanitaria, di fatto governabile, almeno in parte, sulla base della legislazione vigente; lo riconsegnava inoltre ad una lettura tutta medica e sostanzialmente neutrale". A. De Bernardi, Pellagra, Stato e scienza medica: la curabilità impossibile, in F. Della Peruta (a cura di), Storia d'Italia. Annali 7. Malattia e medicina, Torino, 1984 (citato in P. L. Baima Bollone, op. cit., pp. 59-60).  

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