Istituto Ricci HomePageIl matrimonio di Lorna
N E W S C O N T A T T I R I C E R C A L I N K S F O R U M

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Il matrimonio di Lorna
(Le silence de Lorna)

un film di Jean-Pierre e Luc Dardenne (2008)

il luogo degli imprevisti

 «Sono spinto dalla curiosità, signor
Zuckerman… quello è l’impulso più forte»

(Ph. Roth, 2007)

 Il film.

Lorna è una giovane immigrata albanese a Liegi. Fabio, il capo di un’organizzazione malavitosa che vende cittadinanze a persone dell’est, le ha procurato un matrimonio con Claudy, un tossicodipendente. Con il suo fidanzato Sokol che lavora come pendolare da una frontiera all'altra, Lorna coltiva il progetto di aprire un bar. Per ottenere la somma necessaria deve però portare a compimento il piano di Fabio. Si tratta di ottenere un rapido divorzio per poter così sposarsi nuovamente. Fabio le procura un possibile matrimonio con un mafioso russo che ha, a sua volta, bisogno della cittadinanza belga. Le procedure rischiano però di essere troppo lente e allora Fabio mette in atto la soluzione che già aveva in mente: eliminare Claudy con un'overdose. Ma Lorna – che comunque non ama Claudy – ma ha sentito di essere importante per lui, non può rinunciare a questa esperienza.

 Per via del film.

 Lorna dovrà amare Claudy, ma non dovrà amarlo. Era un accordo chiaro fra i due, sin dall’inizio «hai avuto i tuoi soldi per il matrimonio; prenderai il doppio per il divorzio. Non avrai nient’altro da me!». Ma si sbagliava perché Claudy, piano piano, scopre che ha bisogno di lei e lei viene travolta dal suo bisogno e dalla sua solitudine. Non è facile per Lorna, perché si tratta di mettersi al posto dell’eroina e Claudy, infatti, ha bisogno di lei sempre, continuamente:

«Oggi a che ora finisci di lavorare?»

«Non lo so… tardi…»;

«Posso venire a trovarti? ti saluto soltanto.. devo vederti per dare uno scopo alla mia giornata…»

L’accordo fra i due doveva essere semplice e concreto: Claudy serviva perché Lorna potesse ottenere la cittadinanza e a Claudy arriveranno anche i 5 mila euro del divorzio: «ho bisogno di un mutuo… sarò cittadina belga fra un mese…». L’accordo, però si incrina per qualche motivo che – per quanto preventivabile ed ovvio – era stato assolutamente scartato sin dall’inizio per il semplice fatto che se sei totalmente preso dalla miseria e dal bisogno concreto, gli affetti sembrano un terribile lusso che non ti devi permettere altrimenti crolla tutto: «spero proprio che non mandi a puttane l’affare con i russi!».

Il film mi ha fatto pensare agli incontri e alle cure con i pazienti, soprattutto quelli più gravi in cui, se le cose vanno bene, è un lento e continuo scoprire – oltre ogni semplice aspettativa – che gli affetti sono chiusi nelle cose più concrete e che, lentamente, ci si può far prendere. Questo, però succede che capiti prima ai terapeuti per poi passare alla competenza dei pazienti che vogliono sapere se, lasciando gli oggetti concreti, c’è un altro modo di vivere: «cresceva in me il sentimento di percepire alfine, lì nella stanza con me, il fioco barlume di una creatura umana» (Ogden, 1989, 65).

Fabio, il capo dell’organizzazione che vende “cittadinanze” a quelli dell’est, è freddo e determinato: «lo faremo morire per overdose, così tu sarai vedova e non dovremo pagare per il divorzio! Chi vuoi che si preoccupi di uno strafatto che muore di overdose?…». Claudy, però è entrato nella esperienza di Lorna e lei non può farlo morire, perché per lei non è più quello che le venderà la cittadinanza, ma è la sua competenza a poter dare vita a parti di Sé che la sua vita sentiva morte. Per questo, quando Claudy la chiama con insistenza dall’altra stanza lei – che pure si era chiusa a chiave - accetta di rispondergli…; per questo torna di corsa dalla lavanderia perché Claudy è in crisi e accetta di comprargli il Buscopan… (eppure gli aveva anticipato che non si sarebbe mossa dal lavoro se lui avesse minacciato qualunque cosa…). Per questo farà con lui il gioco di rincorrerlo quando lui andrà via con la bicicletta appena comprata insieme. Per questo caccerà via l’ultimo spacciatore quando Claudy, disperato, l’avrà fatto entrare. A quel punto, non avrà dubbi ed userà tutta se stessa per tenerlo in vita. Lei si offrirà a lui non come una donna sensuale, ma come una madre si porge al suo bambino perché il suo bambino possa sentirsi vivo e possa sentire che il dolore può essere risolto. Anche per Lorna e Claudy che si prendono, difficile dire chi ama chi, perché Claudy, in parte, sta diventando Lorna e Lorna significa per Claudy che può essere vivo: «I don’t know what is a baby!» (Winnicott).

Lorna non dovrà amare il russo. E infatti non lo amerà, ma non potrà neanche far finta di amarlo e non potrà essere per lui la nuova cittadinanza. Eppure era tutto previsto: «un vero matrimonio? No, uno straniero che paga per diventare belga!»; lei che è vedova e il russo che diventa belga! Ma l’imprevisto è che le cose concrete non esistono e se hai fatto i conti solo sulle cose concrete, prima o poi ti sbagli. Questo gli psicotici lo sanno bene ed è la loro sofferenza e la loro speranza. E’ successo a Teresa, ultimamente. Aveva cominciato a riempire la sua casa di oggetti raccolti vicino ai cassonetti del suo quartiere: non immondizia, ma «oggetti buoni… che le persone buttano via perché non sanno cosa farsene, ma che possono essere riutilizzati…». Io sapevo che quegli oggetti andavano a riempire un terribile vuoto che Teresa negli anni aveva custodito e difeso come garanzia di non dover essere toccata da affetti che nella sua storia dovevano essere stati sentiti velenosi. Ma succede che da tanto tempo io e lei ci incontriamo, settimanalmente, e lei mi porta (mi consegna) tanti sogni che, però, non devono significare nulla, ma solo un dono concreto al suo dottore che (più volte se n’è meravigliata) pare essere interessato ai sogni delle persone. E' capitato tante volte, ma ogni volta, per fortuna, ce ne meravigliamo: gli incontri che sciolgono le cose. Ricordo sedute in cui mi consegnava 4-5 sogni di seguito e non c’era possibilità nemmeno di commentare il suo progetto di riempirmi concretamente per timore che i suoi sogni potessero far nascere pensieri e immagini in me che pure avevo pensieri e immagini, ma non riuscivo a proporglieli. Poi capita di incontrarla casualmente in compagnia del fratello e intuisco che, dopo tanti anni, inizia a telefonare alla madre anziana il cui latte – era sicura – aveva tentato di avvelenarla da bambina. Mi parla di oggetti raccolti intorno ai cassonetti e che porta a casa. Io penso che dopo aver riempito me di sogni buoni, ma concreti, ora sta riempiendo sé di oggetti ancora buoni da utilizzare… Mi parla della luce e del gas staccati per paura di scatenare incendi dentro casa…: ci sarebbe da preoccuparsi ed io lo sono, ma devo stare attento, perché il gioco potrebbe finire. Mi fermo a pensare che io cercavo la sua curiosità per i sogni che mi consegnava, ma non poteva permettersi, ed ora forse lei chiede curiosità per quegli oggetti concreti che porta a casa sua come fossero sogni da depositare. Riesco a fidarmi perché lei mi ripete: «vorrei darli agli orfanelli… per la loro vita!». Come per Lorna qualcosa di concreto potrà dare la vita - attraverso qualcun altro – a Sé. Come per Lorna io e Teresa sappiamo chi sono gli orfanelli per i quali si raccoglie tutti quegli oggetti. Infatti, gli oggetti riempiono gli spazi e, come alle origini della nostra vita mentale, chiedono di diventare immagini, simboli, ricordi, affetti, perché solo così troveranno continuamente spazio. Mi sono fatto invitare a casa sua: stanze piene fino al soffitto! Impossibile muoversi dentro! E’ cominciato un lento (lento?… che vuol dire? la progressione dev’essere quella condivisa… solo quella giusta!…) sgombero della casa di Teresa che ogni 15 giorni seleziona ciò che potremo prendere e portar via. Io penso alla cadenza e alla scansione dei nostri incontri al servizio, ed ora lei accetta di consegnare pensieri vestiti da oggetti concreti che appartengono a lei e che si possono “usare per gli orfanelli!”. Nella casa, piano piano, le finestre lasciano passare la luce… alle pareti vengono fuori i quadri e le foto di famiglia… di lei bambina. Per questo Lorna non può far morire Claudy, perché lo scopre sotto una valanga di proprie cose concrete che l’hanno spinta via dall’Albania e scopre che lei può essere la vita di qualcun altro, mentre doveva esserne solo la morte. Per questo tutto crolla se il mondo concreto non sta al suo passo: «il russo non poteva aspettare un mese… per questo non te l’ho detto… abbiamo dovuto farlo! Chi vuoi che sospetti per un tossico che si era disintossicato già tante volte e poi aveva sempre ripreso?…».

Lorna è convinta di amare Sokol: i soldi le servono per questo. Affitterà il locale con il giardino dove, nella buona stagione, mettere i tavolini fuori e la gente andrà nel bar dove vivranno lei e Sokol: è il sogno portato via dall’Albania che si deve realizzare senza guardare in faccia a nessuno. Ma mentre nelle stanze vuote misura a passi larghi le dimensioni del suo futuro, Lorna scopre una cosa semplice, ma che è alla base della sofferenza e della vita della gente: per amare c’è bisogno di essere stati amati e di aver già amato. C’è anche bisogno di sapere (sentire) che la tua capacità di amare non può finire solo perché ti hanno strappato chi ti ha fatto conoscere che puoi amare. Lorna tenta una cosa semplice: ora che sa di amare vorrebbe farlo sapere a Sokol e a Fabio e al russo. Ora che Claudy è diventato un bambino dentro di lei potrà esserci finalmente spazio per tutto questo che nessuno aveva preventivato, ma che per fortuna viene – come un bambino nella pancia – a chiedere posto. Il problema è se la mente – quella strana forma di esistenza che ci riguarda e che ci mette continuamente all’interno della vita degli altri – potrà permettersi di concederci spazio. Teresa ha dovuto passare una vita per dare spazio ad una madre che alle origini deve aver sentito velenosa e la madre e il fratello sono transitati nel suo spazio vestiti, all’inizio, da oggetti concreti che altri buttano, ma che, nonostante il loro statuto, potranno dare la vita a chi è stato orfano. Lorna ha sentito che Claudy non era solo la sua cittadinanza belga, ma anche l’occasione per sentirsi viva ed ora vuole che tutti lo conoscano. Potranno pure ammazzarlo per overdose, ma lei lo difenderà come solo le donne possono fare; ma anche lì sente che non le viene concesso posto. Allora il russo andrà via; Fabio la farà tornare da dove è partita e Sokol, quello che doveva essere il suo amore, riprenderà i propri soldi perché lei non sa più custodirglieli; le mente: «buon viaggio, Lorna! Ci rivedremo a Skopje!..». Non penso che lei sia preoccupata di tornare in Albania; non penso neanche che abbia paura di essere ammazzata dall’autista che finge di aver perso la strada per l’aereoporto. Penso che oramai deve proteggere quell’esperienza inattesa e sconosciuta che lei possiede, ma che nessuno le vuole riconoscere. Come Teresa anche Lorna è un’orfana che ora tiene gelosamente dentro di sé quel momento in cui Claudy le ha fatto sentire che lei non era veleno, ma era la sua possibilità di vita. Solo lei chiama quest’esperienza “il mio bambino” e per lui scapperà da chi voleva uccidere non lei, ma il suo bambino. Solo per lui correrà nei boschi: «ancora un po’… ora dovremo essere salvi!». Solo per lui troverà una capanna, cercherà legna per il fuoco e dormirà sulla panca. Teresa, un tempo, è stata Lorna che adesso sa di saper amare, ma non trova nessuno che voglia e sappia incuriosirsi per questa sua strana capacità. Uscito dal cinema io so che la curiosità si presenta alla nostra mente come immagini possibili che la vita di un altro ci chiede. Lorna si sdraia sulla panca fredda e sta attenta a trovare una posizione comoda e protetta soprattutto per quello che chiama “il mio bambino” perché, si sa, le immagini hanno un’esistenza fragile.

 

«solo trasformandoci in genitori che sbagliano
possiamo avere successo come terapeuti…»

(Winnicott 1960, 91)

Giuseppe Riefolo

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