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L’affresco di Fontanellato
e alcune note sul processo dissociativo

Alcune considerazioni in margine a stimoli dal seminario
di F. M. Ferro su Parmigianino
  

Istituto Ricci, 16 giugno 2012

  Giuseppe Riefolo

  “Immagino la mente come composta da set scenici relazionalmente collegati”
(Bromberg, 2006, 9)

Il seminario del 16 Giugno, tenuto da Filippo Ferro presso l’Istituto Ricci, mi è stato utile per continuare a coltivare pensieri che in questo momento sento urgenti e vivi per i miei interessi clinici. Le suggestioni di Filippo si sono intersecate con alcune situazioni cliniche che proprio in quei giorni mi avevano colpito. Voglio proporre, quindi, alcune considerazioni che presenterò in forma di “appunti” che il seminario mi ha sollecitato in margine al tema che con lo stesso Filippo e con altri amici/colleghi dell’Istituto Ricci curiamo da un po’ di tempo sul tema del processo dissociativo e in particolare sull’esito di tale processo verso soluzioni di “dissociazione creativa”[1].

Il ciclo dell’affresco nella cappella di Fontanellato, per come l’ha presentato Filippo, mi ha fatto pensare ad una narrazione che, dal blocco di un lutto traumatico, prende le mosse ed è resa possibile attraverso l’emergenza di elementi iconici. Ho immaginato che il ciclo descrivesse le plurime configurazioni del Sé (Bromberg, 2006, 61) che l’artista coglie dei commissionanti, la coppia Sanvitale, a cui era da poco morto un bambino. L’affresco, realizzato in una camera senza finestre, dove la luce doveva essere creata dal (e attraverso il) dipinto e dove l’ambientazione è quella di una notte con luce lunare, riporta numerose scene in cui troviamo Paola Gonzaga, la madre, rappresentata secondo il mito di Demetra (a cui, nella mitologia, viene rapita la figlia Proserpina poi ritrovata da Demetra con la possibilità di rivederla solo nella stagione della fertilità…), tanti trionfi di putti e il piccolo bambino morto abbracciato dalla sorellina vivente. Altre scene descrivono il mito di Atteone trasformato dalla dea Diana in cervo per poi essere sbranato/lacerato dai cani (non mastini, ci dirà Filippo, ma veltri). L’affresco muove le configurazioni del Sé attraverso il pittore che le coglie nei commissionanti: troviamo allora alcuni elementi (ancora configurazioni) - che la narrazione dell’affresco riporta poi secondo il dispositivo della citazione scritta, presa dalle Metamorfosi di Ovidio (libro III) in cui Ovidio fornisce commento alla narrazione iconica di Parmigianino, evidenziando altri poli verso cui il processo della scena può tendere. Infatti, Ovidio tenta di proporre un’altra possibile versione del mito, ovvero che il gesto di Atteone possa essere considerato nella linea dell’errore prima che della colpa:

Atteone, nel corso di una battuta di caccia, scorge Diana intenta a bagnarsi ad una fonte e quest’ultima lancia dell’acqua verso il cacciatore, il quale si trova mutato in cervo e, successivamente, viene sbranato dai suoi cani: non crimen bensì error (Ovidio, Metamorfosi, libro III, vv. 138 – 253).

Ho pensato che il vertice potenziale dell’errore sia il progetto dissociativo creativo che emerge dal polo difensivo dove il dolore del lutto può essere contenuto solo dalla colpa. A mio parere il ciclo di Fonatanellato è la descrizione soggettiva del processo dissociativo che prende le mosse da configurazioni traumatiche riguardanti la coppia Paola e Galeazzo Sanvitale per la perdita prematura del figlio maschio a cui un pittore sa dare la dimensione di un sogno. Il trauma è la sospensione del processo dissociativo e “una conseguenza del trauma… è di precludere un’esperienza conflittuale” (Bromberg, 2006, 6). Le oscillazioni del processo si muovono fra soluzioni dissociative difensive e creative (DDßàDC), ovvero fra la colpa (crimen) e nuove possibilità rappresentative dell’evento (error). Per Bromberg le due polarità emergono dalla scissione preliminare operata sulla zona traumatica che tenta poi ricomposizioni secondo configurazioni già note (DD) o nuove (DC). La richiesta ad un pittore di “occuparsi” di questo evento rappresenta già un primo movimento in cui le configurazioni traumatiche, che difensivamente vengono tenute bloccate e distinte da configurazioni più vitali della quotidianità, vengono ad assumere una dimensione iconica ed inserite in una dimensione dinamica in cui partecipano alla narrazione che ne fa il pittore con i vari quadri dell’affresco: “il trauma non può essere rappresentato nella memoria in forma narrativa…” (Bromberg, 2006, 83).

Voglio suggerire che la commissione di una affresco ad un pittore è il primo movimento che rompe i nessi rigidi e difensivi della zona traumatica restituendo alle configurazioni traumatiche del Sé una dimensione di “scissione”, ovvero di mobilità sospesa[2]: “un paziente rimane in relazione con un altro con lo scopo deliberato di smantellare l’immagine di Sé per una versione presumibilmente migliore… la personalità umana possiede, in presenza delle giuste condizioni relazionali, la straordinaria capacità di negoziare simultaneamente continuità e cambiamento” (Bromberg 1996, 205). La stessa semplice giustapposizione dei quadri nell’affresco comporta un inevitabile contatto delle varie configurazioni del Sé dei committenti e, quindi, un altro movimento. Un altro elemento interessante è la comunicazione implicita e diretta, e quindi di ordine sub simbolico (Bucci, 1997), che informa la richiesta/committenza fra i Sanvitale e Parmiguianino, ovvero il contesto chiuso e buio in cui si colloca l’esperienza traumatica della coppia Sanvitale. In questo senso già il collocare l’intero ciclo dell’affresco in una stanza che “stranamente” non ha finestre e di scegliere un’ambientazione notturna per la narrazione iconica, rappresenta un ulteriore movimento delle configurazioni traumatiche del Sé in cui il pittore si sintonizza con le configurazioni traumatiche attraverso un registro sub-simbolico e ne propone una dimensione iconica. E’ in linea con quanto cu proporrebbe Bion come primo livello di una funzione alfa: “Se l’esperienza è un senso di dolore la psiche deve avere un’immagine” (Cogitations, 1992). L’intero ciclo descrive un movimento complesso dove infinite configurazioni si incontrano e dialogano: la più esplicita, ovviamente, è la configurazione di incontro fra il bambino morto e la sorellina che l’abbraccia. Penso che, semplicemente, questa configurazione da sola non sarebbe sufficiente a sostituire la funzione del processo. Da sola questa configurazione rappresenterebbe la ricomposizione dissociativa di un elemento traumatico attraverso una soluzione dell’ordine diretto e lineare; avrebbe il senso di una interpretazione discriminata in cui l’analista introduce elementi di ricomposizione in una esperienza traumaticamente bloccata. Nella clinica sappiamo, invece, che il movimento ha bisogno di essere più ampio e globale, di tipo circolare ed esponenziale piuttosto che lineare[3] ovvero debba emergere dal processo dissociativo ampio piuttosto che da ricomposizioni dissociative lineari e dirette: “il cambiamento… è un processo, non uno stato, il prolungamento e lo sviluppo dei costanti mutamenti minuto per minuto nella seduta” (B. Joseph, in Bromberg, 1996, 210)

In tal senso l’intero ciclo dell’affresco rappresenta questo movimento che si compie a vari livelli di funzionamento del Sé secondo configurazioni tutte simultaneamente attive (Janet, 1894; 1911) a vari livelli di espressione secondo l’asse conscioßàinconscio. L’affresco, come in una psicoterapia, fa pensare al pittore che accoglie la domanda del committente, si sintonizza con il suo dolore rappresentato da pesanti configurazioni traumatiche le quali si sostengono difensivamente attraverso il blocco del processo dissociativo ed utilizza la propria mente per dare dimensione iconica all’evento perché nel trauma “la capacità di immaginazione è distorta…” (Bromberg, 2006,187). Tale processo, che comincia a prendere movimento attraverso la funzione alfa, iconica (Bion: fila C della Griglia) produce mobilizzazione delle infinite configurazioni del Sé del committente e del pittore e, quindi: la luce lunare, l’abbraccio dei due bambini, i putti, Paola Gonzaga che può essere vista anche come Demetra, Atteone che viene trasformato in cervo per essere poi lacerato[4] dai cani. L’esito dell’intero ciclo è il movimento vorticoso delle configurazioni che alla esperienza onnipotente della colpa recuperano la possibilità del dolore e lo connettono, questa volta, alla dimensione anche depressiva dell’errore: “la risonanza ha l’effetto di innescare la trasformazione di un sistema in precedenza lineare in un altro dotato di complessità” (Meares, 2000, 179). L’esito creativo della dissociazione non è una ricomposizione del rimosso, ma la realizzazione di una soluzione potenziale, mai esistita prima[5]. La rimozione caratterizza solo la Dissociazione Difensiva[6], mentre la Dissociazione Creativa rappresenta l’esito creativo, mai esistito prima - e fino a quel momento solo potenziale - di una nuova ricomposizione del Sé che il processo dissociativo (in questo caso l’opera del Parmigianino) ha mosso. La frase riportata non a caso come citazione scritta da Ovidio, ha il senso dell’interpretazione costruita proprio attraverso la partecipazione del pittore al processo dissociativo. Ho capito meglio, poi, il suggerimento che proponevo qualche seduta fa ad un mio paziente: “non le pare che sia onnipotente considerare questo evento come dovuto solo a lei, mentre probabilmente lei ne viene solo chiamato a dover accettare un grave evento che, come deve essere accaduto tante volte nella sua vita, non può evitare?”

Una scena clinica.

Il seminario e in particolar modo il tema dell’affresco di Fontanellato mi ha fatto ripensare alla seduta del gruppo che c’era stata qualche giorno prima al servizio e soprattutto ad un passaggio della seduta in cui mi è parso di cogliere meglio il senso di una comunicazione che un paziente, Valerio, più volte in passato aveva proposto in modo ripetitivo e che ora connessa a configurazioni proposte dal sogno di una paziente e dalle successive associazioni del gruppo poteva essere colta come una comunicazione nuova.

Flavia propone un sogno: “ero con un ragazzo della palestra e uscivo con lui. Era una situazione tranquilla perché lo dicevo anche a Mario, il mio compagno, che non si ingelosiva. La cosa strana è che questo ragazzo è una persona che incontro spesso e che mi sembra molto introverso. Difficile immaginare che io possa uscire con lui; non so neanche se per caso io non gli sia antipatica. Lui è una persona che non ha contatti con gli altri… è sempre da solo.”

Valerio. (è molto teso) ribadisce che sono almeno due giorni che non esce di casa perché negli ultimi tempi più volte è stato fermato dalla polizia o dai carabinieri che gli controllano i documenti; “una o due volte – commenta - va pure bene, ma non è possibile più di dieci volte in una settimana! Poi non succede niente, ma mi chiedo perché proprio a me; come mi vedono? Pensano che io sia un terrorista o un ladro? A questo punto è meglio che vada a fare veramente una rapina in modo che se mi fermano un’altra volta almeno c’è un motivo. Oggi ho un altro colloquio di lavoro: ne ho fatti già una serie, ma mi sembra che non succeda mai nulla. Io ci vado e poi mi dicono che mi faranno sapere. La volta scorsa per presentarmi bene ho anche tolto l’orecchino prima del colloquio; una volta mi sono trovato con un avvocato che mi ha invitato a casa sua e si è presentato in canottiera: il colloquio è stato anche positivo con lui, ma mi ha dato fastidio che, mentre io mi presentavo elegante, lui si presentasse in canottiera. Questa volta già al telefono ho detto loro che per evitare di far perdere tempo a me e a loro sappiano che io non ho esperienza di lavoro… che quel lavoro non l’ho mai fatto”.

Altre volte Valerio ha detto che ad ogni incontro di lavoro premetteva che “non aveva esperienza, ma questa volta la sua comunicazione si lega al sogno di Flavia ed è possibile sottolineare al gruppo che si sta parlando di ciò che succede in gruppo dove ciascuno prova ad immaginare di potersi mettere in contatto con gli altri e con aspetti intimi e non ancora espressi di sé che sono sentiti senza esperienza.

Il processo dissociativo prende le mosse dalla situazione del gruppo che permette a Flavia il sogno in cui può rappresentarsi capace di contattare aspetti potenziali di Sé. Il sogno proposto nel gruppo mette in atto il processo dissociativo che permette si creino nuove configurazioni nell’esperienza (nel Sé) dei partecipanti al gruppo. Il polo della dissociazione difensiva si organizza nella dimensione persecutoria in cui Valerio sente il blocco del processo creativo dovuto ai “controlli della polizia”, e alla distanza ostile che sente da parte dei potenziali interlocutori. La stessa Flavia sente perplessità, rischi di gelosia da parte del suo compagno a seguito del movimento del processo dissociativo che prende le mosse nella situazione seduta/sogno. Nel polo creativo, la disposizione potenziale viene descritta dal gruppo (ovvero Valerio che descrive l’emozione di Flavia) come la “non esperienza per quel lavoro” o la sorpresa di Flavia nel sentire che quel movimento è possibile e non porterà gelosie ostili. Vi è poi la disponibilità a quel movimento descritta da Valerio come disporsi in modo elegante e disponibilità a presentare i propri documenti: il polo creativo si connota con l’emozione di non-esperienza di quell’evento, mentre il polo difensivo si connota come conoscenza di quell’esperienza che, pertanto ha i caratteri della rimozione (Valerio che allora potrebbe inscriversi in quella esperienza, persecutoriamente nuova, andando a fare concretamente una rapina per giustificare quei movimenti; oppure Flavia che potrebbe introdurre la sua conoscenza traumatica di quel evento (il ragazzo che non è disponibile ai contatti) oppure il registro della gelosia che potrebbe bloccare il movimento.

 “non è cosa naturale né conveniente che
l’infinito sia compreso. Né esso può donarsi

finito: perciochè non sarebbe infinito
 

Giordano Bruno (Eroici furori, 1585).

Riferimenti bibliografici.

Bion W.R (1963). Elements of psychoanalysis, Heinemann, London. (trad. it. Elementi della psicoanalisi. Armando, Roma, 1973).

Bion W.R (1992). Cogitations. (trad. it. Armando, Roma, 1996)

Bucci W., Psychoanalysi and cognitive sciences, Guilford Press, New York (1997) (tr. it. Psicoanalisi e scienza cognitiva. Una teoria del Codice Multiplo, Fioriti, Roma, 1999).

Freud S., Breuer J. (1892-95). Studi sull’isteria, Vol. 1.

Freud S.(1914). Per una storia demovimento psicoanalitico, OSF, 7.

Kohut H. (1984). How does analysis cure, Un. Chicago Press, Chicago. (trad. it. La cura psicoanalitica. Bollati-Boringhieri, Torino, 1986).

Janet P. (1894). L’automatisme psychologique (deuxiéme ed.), Alcan, Paris (prima ed., 1889).

Janet P. (1911). L’état mental des hystériques, (deuxiéme ed.), Alcan, Paris. (prima ed., 1893-4).

Meares R., Intimità e alienazione, (2000), (tr. it. Cortina, Milano, 2005).

Riefolo G. (2011). Un processo circolare. Scissione, dissociazione e configurazioni nel processo analitico, Quaderni de gli argonauti, XI, 22.:45-64.

Riefolo G. (2011). Scissione e dissociazioni nell’evoluzione del processo analitico. in, Campoli G., Meterangelis G., Pirrongelli C. (a cura di) Dissociazione, scissione, rimozione, Franco Angeli, Milano, pp.163-180.

 


[1] Per una precisazione dei concetti rinvio a: Riefolo, 2011; 2012.

[2] Per Bleuler Spaltung è “un rilassamento primitivo della struttura delle associazioni, che può portare ad una frammentazione irregolare di strutture resistenti, come quelle dei concetti concreti” (Bleuler, 1911, 270, il corsivo è mio), ….” mentre Janet parla di desagrégation, quando “il soggetto risulterebbe incapace di sintetizzare sensazioni che non riuscirebbero quindi a diventare percezioni (P) e si organizzerebbero in maniera automatica in sistemi di personalità paralleli, secondo una propria logica interna…”(Janet, 1894, 19).

[3] Vale in questo caso il suggerimento che da Kohut /1984): “le nostre conclusioni…. risultano piuttosto dalla nostra capacità di rinviare le deduzioni, di arrivare ad una conclusione per tentativi, di osservare le reazioni dell’analizzando alle nostre interpretazioni provvisorie…” (p. 164), e, alla fine penso sia nella linea dell’attenzione libera fluttuante suggerita da Freud rispetto alla primitiva posizione del movimento interpretante di progressione “a cipolla” (1895).

[4] Ferro ha fatto riferimento ad un libro di Bacchioro (?), “Dioniso Zagreus”, in cui si segue il mito delle divinità, che devono essere prima “lacerate” per poter poi ricomporsi in nuove identità (Adone, lacerato dal cinghiale; Orfeo,…): una buona rappresentazione della necessità dello stato di scissione che tende poi a ricomporsi verso configurazioni difensive e creative.

[5] L’autoritratto da giovane di Parmigianino sembra descrivere un potenziale processo dissociativo che va dall’immagine del giovane gradevole alla mano in primo piano dai caratteri turbanti. Il dipinto segnala e fa intuire un processo potenziale. La Melancolia I di Durer propone una “atteggiamento pensoso”. Gli artisti colgono il polo creativo della configurazione melanconica in quanto propongono la dimensione pensosa introspettiva, mentre non evidenziano la configurazione patologica di blocco. Questo è presente anche nella Melanconia di Dosso Dossi. E’ come se gli artisti potessero cogliere la configurazione creativa di un quadro, comunque patologico, sospendendo le configurazioni patologiche.

[6] “La teoria della rimozione è dunque il pilastro su cui poggia l’edificio della psicoanalisi” (Freud, Per una storia del…, 1914, 389).

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