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N E W S C O N T A T T I R I C E R C A L I N K S F O R U M

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Filippo Maria Ferro

     L'ospedale psichiatrico è stato in questi anni criticato nei compiti assistenziali e curativi, smascherato quale strumento di pura custodia, considerato luogo inadatto e sconveniente per la gestione della controversa figura della "malattia mentale".

     Tale corrosione d'identità è iniziata nel nostro paese negli anni sessanta con l'esperienza goriziana di Basaglia, si è definita nel settembre '77 a Trieste ed è infine stata sancita dalla legge.

     E' così giunto il momento di ripercorrere, con il necessario distacco, le linee essenziali di questa singolare istituzione, cercando di illuminarne il complesso senso e l'ambiguo ruolo non solo in rapporto all'ideologia psichiatrica ma alle esigenze socio-politiche che l'hanno improntata. L'analisi, che andrebbe estesa a tutto l'ambito di affermazione della borghesia e alle culture che portano il segno di questo spirito, viene qui limitata all'Italia, dove peraltro la disparità del divenire storico e degli aspetti antropologici tra le varie aree solleva non lievi questioni.

     A tessere la trama vi è più di un nodo. Una prima difficoltà si incontra nel raccogliere notizie sicure sulle diverse fabbriche, sui tempi di progettazione e costruzione, sugli arrangiamenti, sugli ampiamenti. Le strutture si presentano come palinsesti di lettura non agevole. In molti casi l'istituzione tuttora esistente e di cui vi è credibile documentazione è stata preceduta da un'altra o da altre le cui notizie risultano imprecise e lacunose. I dati che si assommano sembrano essenzialmente soddisfare una spigolatura antiquaria, mentre fare la storia di un «ospedale consisterebbe nel portare alla luce l'archivio di quest'ospedale nel movimento stesso della sua formazione come un discorso che si sta costituendo e che si mescola al movimento dell'ospedale, alle istituzioni, modificandole e riformandole. Si tenterebbe cioè di ricostruire il groviglio del discorso nel processo e nella storia».

     Si tratta quindi di superare l'accidentalità del dato e di contestuare le vicende delle istituzioni e delle scelte di politica ospedaliera nel reale sfondo sociale ed economico che le permea e sostiene. Non mancano di offrirsi all'osservazione precisi punti di riferimento e di connessione che permettono di legare un periodo di storia di un ospedale a uno scompenso dell'ambiente corrispondente e all'esplodere critico di pretese di emarginazione. A volte invece queste relazioni non appaiono così evidenti, anche per la frammentarietà della nostra informazione, e sono deducibili da considerazioni pluridimensionali. Inoltre i dati sulla costruzione e in genere i rilievi esterni che ne possiamo ricavare aprono sono spiragli sulla vita interna dell'istituzione, sull'andamento e sulle caratteristiche della sua popolazione, sulle persone preposte a dirigerla e sul procedere della gestione con le sue continuità e discontinuità. Infine la storia di un determinato ospedale viene da noi seguita secondo una linea unidirezionale, in una dimensione diacronica senza che ci sia concesso di percepire lo spessore di un ampio accadere istituzionale mancando di momenti di sincronia nei quali possano venir prese in esame altre istituzioni (e non solo quelle «totali»). E solo la tangibilità di tali raffronti e comparizioni riporterebbe gli sviluppi delle strutture all'evoluzione delle ideologie della diversità e consentirebbe di valutarli organicamente alla storia.

       Le prime organizzazioni che nel nostro paese accolgono folli sono antiche. Sono però luoghi che accolgono la devianza in modo specifico, ospitando soprattutto lebbrosi e appestati, nonchè poveri e indigenti d'ogni tipo. Con ogni probabilità l'esigenza di questi ritiri è dettata dall'articolato scambio di commercio che si intensifica a cavaliere tra '200 e '300 e dalla scomparsa di quel vuoto che nel Medioevo si estendeva tra le varie città. Il San Lazzaro di Reggio Emilia è destinato ai lebbrosi nel 1217 e viene aperto agli appestati nel 1348. Sempre nel '200 ricordiamo Aversa (1269) e Torino. Nel '300 sono Bergamo (1352) e Feltre (1369-93). Il proponimento di questi nuclei di assistenza è quello appunto di dare una regola al vagabondaggio e di circoscrivere la virulenza.

       Nel '400 e nel '500 è l'Inquisizione con le persecuzioni per stregoneria e eresia ad assumersi il controllo dell'ordine sociale e della devianza. Solo nella seconda metà del '500, con la spaccatura riforma/controriforma e l'affermarsi dello spirito del capitalismo nascente, si delinea un contrasto tra ragione produttiva e non-ragione e sorge la necessità di credere che la devianza non sia una componente naturale del mondo e di pretendere che la non-ragione rientri anche a forza nella norma e nel rendimento. Il discorso separato della follia comincia ad apparire come malattia e la povertà non è più manifestazione divina che si apre alla carità ma disturbo sociale. La bolla «ad insaniam curandam...» di Pio IV, 1561, approva S. Maria della Pietà sorta in piazza Colonna nel 1549 (a cui Carlo Borromeo è legato tanto che vi dorme quando è a Roma) e centra l'intervento su «egenos et vagos». Una concorde assistenza è ridefinita a Reggio Emilia (1536), aperta a Bologna (1560) e a Verona e, solo dopo i grnadi sterminii delle pestilenze, a Milano (1642) e a Firenze (1646). Questa nuova tipologia istituzionale, dove peraltro l'indigenza prevale sulla malattia e naturalmente la carità sulla terapia, coincide con lo spazio classificatorio di Tomaso Garzoni (1585 e 1589).

     Queste istituzioni tardorinascimentali si mantengono con pochi cambiamenti sino al secolo dei lumi e sino alla pretesa di una nuova, più efficiente razionalità. Nel '600 infatti più che costruzioni specifiche per la follia si allestiscono, sull'esempio francese, concentrazioni di «disoccupati» a Napoli, Genova, Roma e in Savoia.

       Bisogna attendere il '700 per assistere a un vistoso riadattamento istituzionale e per veder delinearsi una specializzazione delle istituzioni che assumono la fisionomia a noi ancora nota. Naturalmente i lavori di riadattamento e trasformazione fervono soprattutto dove la pressione economica è più urgente. Nella Torino di ideologia francese il nuovo ospedale è del 1727-29. Nella Lombardia di Maria Teresa si erge la Senavra a Milano nel 1780 e si apre anche un istituto femminile a Parabiago nel 1750; Voghera è pure del 1786. Particolarmente importanti i contributi dell'area toscoemiliana; Bologna 1710, Reggio Emilia 1754, Parma 1793; Lucca 1773, Siena 1775, Firenze 1788. Anche nello Stato Pontificio vi sono innovazioni: S. Maria della Pietà è trasferita alla Lungara nel 1726 e nel 1749 si precisa l'assistenza a Ancona e Pesaro. Di tutte queste esperienze quella di Firenze a S. Bonifacio con il Chiarugi che ne detta il regolamento nel 1789 è senz'altro da considerarsi pilota. Chiarugi è il primo a identificare la struttura come esplicitamente medica e psichiatrica. Ed è singolare per certi versi che Chiarugi e in genere la problematica istituzionale italiana (si pensi al Beccaria) anticipino la Francia della Rivoluzione. Si noti comunque che, pur consumata sordamente, la contraddizione del pauperismo e del suo inasprimento agli inizi dell'inurbamento e della richiesta industriale fu drammatica proprio in Lombardia, in Emilia (la Modena del Ricci), in Toscana e che il disagio raggiunse punte mai raggiunte come prova la carestia 1764-66.

     La necessità della psichiatria e della sua regola è così posta e il S. Bonifacio di Firenze può essere considerato il primo ospedale psichiatrico sensu stricto. Tuttavia lo squilibrio evolutivo dell'ecomia del paese fa si che l'estensione di questi istituti rimanga limitata e che l'amministrazione della devianza continui secondo il vecchio modello delle Opere Pie: Monti di Pietà, Monti frumentari, Santuari, Ospizi con disposizioni di benefattori locali. Inoltre lo spazio psichiatrico non ha autonomia. Per quanto concerne le strutture l'abolizione dei conventi offre locali alle esigenze segregative. L'assistenza di religiosi e confraternite d'assistenza hanno ovunque largo predominio.

       Un fenomeno organizzativo attraversa la penisola in anni napoleonici e di napoleonidi. Il fatto più importante è la riorganizzazione di Aversa con il Murat nel 1813. E lo stesso Murat, ispirato da ministri illuminati, detta una legge l'11 marzo 1813 che promuove il «ristabilimento» dei malati ma non conosce presici intenti custodialistici. A Parma Maria Luigia adatta a scopo psichiatrico il convento dei Minimi di S. Francesco nel 1819. Ma lavori di adattamento e di timida codificazione dell'istituto psichiatrico si eseguono a carico di più sedi antiquate non senza ricorrere a qualche trasferimento.

     Il primo '800, anche quello non direttamente ispirato alla Rivoluzione e alla politica napoleonica, subisce comunque un indirizzo prevalente francese e la richiesta innovativa in senso medico è temprata dal progetto costante di una riabilitazione «morale». La stessa sicurezza positivistica della frenologia è integrata a una visione rieducativo-ortopedica in molti suoi sostenitori. Gli psichiatri non sono del resto tutti medici, e anche i fautori della svolta clinica privilegiano nella prassi un miglioramento sociale vagheggiato in modo utopico (nonostante l'affermazione della «clinica», da noi col Rasori, sia in questi anni radicale).

     Così il manicomio o morotrofio o asilo (il nome di ospedale compare nel 1881) è programmato come luogo alternativo a un mondo esterno travagliato e sconvolto e pensato come una cittadella ideale, un falanstiero laborioso, di cui il direttore non è solo medico ma ha tutti i poteri possibili, fisici e morali.

     Questo modello, francese e firmato Esquirol, diventa attuale e consapevole in Italia nel terzo e quarto decennio dell''800 (quando vengono tradotte le opere di Pinel ed Esquirol). Dopo i nuclei antichi e la riforma settecentesca abbiamo il terzo strato del palinsesto. Le esperienze principali avvengono a Palermo e a Reggio Emilia. A Palermo la Real Casa dei Matti (1824) cui dà regola il Pisani (1827) con il Galloni inizia la più forte tradizione manicomiale del paese, con un immediato aumento delle degenze. In Toscana Siena ha sede autonoma rispetto a Firenze nel 1818 e Lucca si amplia nel 1829. Perugia è del 1824. Nelle Marche si ricostruiscono Pesaro, 1829, e Ancona, 1840. A Bergamo viene riattata il convento di Astino nel 1833. Torino (via Giulio) è del 1834, Genova (via Galata) del 1835-40. L'organizzarsi di questa rete che prelude alla successiva scelta ideologica in senso clinico ci appare in tutta evidenza nelle parole di un protagonista, Carlo Livi: «Fino al 1840 si può dire che l'Italia conservasse sempre una certa superiorità in fatto di Manicomi. Le sagge e temprate tradizioni del Chiarugi continuavano a Bonifazio. Il Linguiti in Aversa, il Pisani in Palermo, avevano aperto nuove e intentate via alla cura de' pazzi... in essi il cuore e l'immaginativa più che la scienza dell'uomo fisico primeggiava. Né meno benemeriti per savie riforme si resero il Galloni a Reggio, il Gualandi a Bologna, il Lodoli a Siena, il Massari a Perugia. I medici e con le parole e con le opere non se ne stavano; i governi poco e male corrispondevano: ma pure le condizioni de' pazzi miglioravansi dappertutto. Le catene erano state bandite dovunque e solamente a Roma, all'ombra delle somme chiavi, duravano». Ma con il 1840, anche politicamente, un'epoca si chiude.

       La metà dell'800 comporta un profondo rimaneggiamento del paese e della sua economia. Le guerre risorgimentali dissolvono l'equilibrio dei piccoli stati e si crea uno stato nazionale con altri rapporti produttivi. In accordo con questa linea culturale di trasformazione gli psichiatri si scrollano di dosso le posizioni filantropiche e morali e puntano alla «scienza fisica dell'uomo». Il manicomio diventa lo spazio elettivo di tale ricerca: nato per salvare il folle dall'indigenza, dal pregiudizio, per rincuorarlo e guarirlo, diventa ora il mezzo per studiarlo, per oggettivarlo come malattia e quindi negarlo come persona. E Livi chiude la pagina citata con chiarezza inconfutabile: «La carità ha fatto il suo compito. La ragione medica e la ragione architettonica faranno ognuna la sua».

     La clinica ha dunque bisogno di un luogo preciso, i vecchi conventi non servono più. L'affermarsi di una nuova generazione borghese esaurisce la delega ai religiosi e alle confraternite. Non più benefattori o intellettuali illuminati ma amministratori e tecnici si assumono la preparazione di metodi razionali di controllo.

     Per rompere il provincialismo si intraprendono viaggi, si ordinano sopraluoghi, si stendono e pubblicizzano progetti. Tipico è il lungo viaggio del Girolami in Italia e in Europa prima di decidere l'assetto del manicomio di Macerata. Interessante è che siano psichiatri come il Miraglia e il Gualandi a tracciare i progetti architettonici. In questi progetti un rilievo appare essenziale: all'utopia della cittadina alternativa s'aggiunge una preoccupazione custodialistica e divisoria (concorde alla tendenza nosografica classificatoria) che in fondo la contraddice. Tale antinomia di struttura svela il significato riposto della polemica di prassi circa il «non-restraint».

     Il modello gestionale del manicomio è quello di una gerarchia verticistica che identifica nella figura del direttore un elemento portante e giustificante l'intera istituzione. Il direttore avoca a sé ogni potere, anche amministrativo (donde contrasti cronici con gli amministratori e relative tensioni). Il direttore risiede in manicomio e non può allontanarsi. La sua figura minutamente descritta in ogni auspicabile caratteristica deve promuovere il processo rieducativo e armonizzare della psichi che isolamento e custodia si propongono. Inoltre il direttore dirige la ricerca scientifica, colleziona reperti, prepara statistiche. Scrive il Miraglia: «Il manicomio deve avere un Capo e niente più di un Capo; e questo Direttore capo dev'essere alienista sperimentato... imperocché l'ospizio è di natura sì speciale che ogni precetto ordinario non solo potrebbe raggiungere ma sconvolgerebbe ogni pratica del Manicomio... Il Direttore alienista ch'è il centro di movimento e di vita di sì interessante Instituto presiede al ramo medico e disciplinare che direttamente ne dipende... Pel primo il Direttore dà i precetti generali delle classificazioni, sorvegli le cure in massa, consiglia i precetti morali, passa la visita...»

     L'efficienza dei piemontesi nel promuovere l'unità comporta una politica di riforme e l'affermarsi graduale di questa linea manicomiale, i cui ideologi si vedono ricompensati con le prime cattedre universitarie annesse ai manicomi. Del 1859 è il manicomio di Ferrara che sembra corrispondere alle fantasie di colonizzazione del Farini nelle Regie Provincie dell'Emilia: «Ho fatto il colpo. Ho cacciato giù i campanili e costituito un governo solo... tutte le leggi, i regolamenti, i nomi, ed anche gli spropositi, saranno piemontesi». Seguono in Emilia: Bologna, 1868; Parma, 1973; Piacenza, 1876. Del '65 è Catania e nello stesso anno a Milano Mombello sostituisce la Senavra. Nel '70 è istituito Racconigi e si inizia l'ospedale di Novara (pronto nel '75). Due istituzioni in cui maggiormente si concretano gli ideali degli psichiatri-progettisti sono Macera e Siena nel '71.

     Nel 1871 il Girolami, inaugurando Macerata, suggella la sua ortopedia: «siamo convinti che nei morbi mentali sono le mura del Manicomio che in gran parte risanano: sono i collettivi espedienti igienici, la quiete, le occupazioni, le distrazioni, l'ordine infine che grandemente coadiuvano il buon risultato; è altresì la forza morale che promana dalla persona del Direttore... Non può dirsi quanto giovi al malato di mente il vedersi predistinto dall'amorevolezza del Capo dello Stabilimento, e il vedersi talora ammesso alla sua mensa, e consentendolo la propria civile condizione l'esser chiamato a partecipare alla conversazione di lui, a godervi qualche trattenimento musicale, e contribuire agli stessi semplici convegni di lavoro e di passatempi quotidiani della famiglia. Tal metodo potrà ripetersi in qualche opportuna ora anche dalla Ispettrice, pel compartimento delle donne...». «L'intuonazione dell'Asilo» così vagheggiata, sottoposta alla «parola d'ordine emanata e raccomandata dal suo Capo», conferisce al manicomio la caratteristica di una cittadella distaccata dalla storia, con una sua organizzazione e un suo scambio interno. E' del resto proprio in questo periodo che i manicomi hanno la loro stampa che, prima di essere rivista scientifica, è resoconto di questa collettività separata.

     I connotati positivi dell'impresa manicomiale, il loro entusiasmo rieducativo si scontrano però ben presto con le richieste, senza mezzi termini reazionarie, del corpo sociale e del suo sviluppo borghese.

     L'assestamento del paese nei primi venti anni (1861-1881) è drammatico. L'allargamento territoriale è ordinato da un'ossatura centralizzata, mutata dalla Francia di Luigi Filippo, e presto si delinea il contrasto con le esigenze periferiche e si accentuano gli squilibri della struttura composita tra Nord e Sud. Grave è la frattura tra le due Italie. L'amministrazione è articolata in provincie dipendenti dal Ministero degli Interni, la regionalizzazione è respinta. E sono le provincie, che controllano il potere politico attraverso l'elettorato, a gestire i manicomi.

     Il disagio delle classi povere non si fa attendere: al Sud abbiamo il brigantaggio e le sollevazioni siciliane (1861-70), nel Nord la rivolta contro l'imposta sul macinato specie in Emilia (1869-70).

     Così per la prima volta il governo nel 1881 si occupa di alienati e di manicomi. Depretis, classista già nelle distinzione tra malati ricchi e malati poveri, riprende una proposta di Nicotera ispirata alla linea toscana.

     Si noti che il governo Depretis, 1881-1887, e il primo secolo umbertino, vedono la nascita dell'industria pesante e l'aumento vertiginoso di richieste di scambi e di energia. Le ragioni industriali e commerciali sono forti tanto da spostare l'asse politico verso la Germania e l'Austria (1882). Intanto le classi povere pagano pesantemente, tra l'81 e l'85 il consumo pro capite tocca bassi mai raggiunti, le campagne si spopolano, per il Sud domato nel sangue il brigantaggio si apre la migrazione transoceanica (1876-1886).

     La psichiatria acquisisce una precisa fisionomia, la sua ideologia positiva (nella sue due correnti di Reggio Emilia e di Torino) si accorda alla necessità industriale. Concorde alla politica l'asse ideologico dalla Francia si sposta verso la Germania.

     Nel 1882 si attua il decentramento di Como rispetto a Milano. In Toscana si costruisce Volterra nell'80, si termina la

sistemazione di Lucca, iniziata nel '70, nell'83; si amplia Siena nell'84. Al Sud la crisi è segnalata da Catanzaro (1881), dalla ristrutturazione di Palermo (1883), da Nocera (1882) voluta espressamente da Nicotera.

       La svolta «positiva» apre anche un conflitto di potere tra psichiatri e magistrati, circa il problema dell'imputabilità del folle. Criticando la soluzione di una caso famoso Livi esclama nel '76: «Quanto sarebbe stato meglio, pel decoro della legge, se la camiciola di forza gli fosse stata messa da infermieri in un Manicomio, anziché da Carabinieri in un Palazzo di Giustizia!», e ancora annota: «il dubbio che sotto la veste di un reo si nasconda talvolta un inferno di mente, va insinuandosi sempre più ne' giudici, ne' giurati, nel pubblico. E' un dubbio sovente timido, che non ardisce rivelarsi; che sta appiattito molte volte nel fondo della coscienza...»

     Si precisa un'ideologia istituzionale intermedia tra manicomio e carcere, il Manicomio Criminale. La discussione si serra in un giro stretto di anni: Lombroso, Biffi, 1872; Monti, Cappelli, Tamburini, 1873. A livello parlamentare il problema è sostenuto da Augusto Righi e nel decennio successivo oltre alle unità di Aversa, Montelupo e Reggio Emilia si creeranno sezioni criminali presso molti manicomi.

       Nel periodo crispino (1887-1896) e nella sua intensificazione autoritaria (1896-1900) la politica manicomiale diventa sostanziale per il governo come ogni dispositivo di repressione. I manicomi sono concepiti come «ambulanze di feriti sociali» e non solo se ne moltiplica il numero, ma se ne aumenta in modo impressionante la popolazione, sino a mettere in pericolo i bilanci delle provincie. Anzi sono proprio le lamentele economiche delle provincie a impedire che la rete psichiatrica abbia estensione anche più ampia. A scorrere i quadri statistici e le relazioni che puntigliosamente i direttori indirizzano alle amministrazioni il fenomeno «malattia mentale» è marcato almeno quanto altre voci che turbano il consolidamento dello stato borghese: miseria, disoccupazione, aumento della violenza e della criminalità (s'intende che la voce criminalità rubrica tutti i fermenti sociali).

     L'idea del manicomio come struttura modello di riabilitazione fisico-morale gradualmente si vanifica. Le scuole positive si impegnano a dar veste «scientifica» al controllo e all'emarginazione. L'avvicinamento alla rigida psichiatria tedesca viene incontro ai «disegni di legge per assicurare meglio la difesa sociale» (gabinetto Rudinì) che culmineranno nella legge del 1904.

     La voce psichiatrica diventa preoccupante per il bilancio e il lungo contrasto tra Provincie (soldi degli agrari) e Comuni (soldi dello Stato) ritarda le norme legislative e inasprisce le discussioni parlamentari. Nicotera nel 1891 riconosce che «l'accrescimento vero ed apparente dei pazzi minaccia le economie e la sicurezza dello Stato». Non facendo alcun conto della mascheratura clinica del problema, si insiste presso gli ospedali perché il ricovero si limiti ai pazienti «pericolosi». Tuttavia la politica dell'emarginazione ha una logica evolutiva che non s'arresta. Il 1898 è l'anno vertice di questa escalation: i ricoverati, 12.000 nel 1874, sono 36.900.

     Con Crispi inizia la sistemazione della Sicilia: Messina 1888, Palermo 1890. Udine e Teramo sono del 1889. Quindi tra il '90 e il '900 l'attività costruttiva e ricostruttiva è febbrile: Cremona, 1890, con l'aggiunta di Sospiro, 1900; Bergamo e Castiglione delle Stiviere, 1892; Brescia e Genova-Quarto, 1894; Imola (Lolli) 1895; Alessandria, Vicenza, Verona, Imola Scaletta, Casale nel 1896; Firenze tra il 1896 e 1898; Sassari e Ancona, 1898; Perugia, Roma e Ceccano, Lecce nel 1900. Ad apertura di secolo ci si occupa anche delle strutture manicomiali di Venezia e la polemica che vi si accompagna favorisce una pronta discussione della legge. Anche le costruzioni che si svolgeranno nel primo decennio del '900 sono per gran parte il risultato della discussione e dei progetti di questo decennio.

     Ecco la situazione ad apertura di secolo: «... Il numero dei ricoverati deve aumentare costantemente, almeno per quanto è lecito presumere, perché la pazzia aumenta di per sé e con maggiore rapidità quando le condizioni economiche peggiorano, perché va sempre scemando il ritegno che le famiglie hanno a far ricoverare i loro malati, e anzi qua e là si vede sorgere vivo il desiderio di rinchiudere i propri infermi nel Manicomio e una ripugnanza a trattenerli fuori. Inoltre la riapertura di nuovi Manicomi va diminuendo la spesa e il disagio che talvolta oggi si incontrano, per provvedere ai ricoveri e li rende sempre più facili e più numerosi... le cattive condizioni economiche generali, facilitando le recidive, accrescono le riammissioni...».

     Il governo di restaurazione liberale, in attesa della crisi, formalizza questa filosofia del sociale con la legge del 1904, con il regolamento del 1909 e curando che i manicomi preventivati vengano portati a termine. Negli anni che separano dalla prima guerra mondiale le iniziative edilizie sono numerose. L'allestimento del nuovo S. Maria della Pietà a Roma termina nel '14. Anche il nuovo ospedale di Perugia iniziato nel '900 si protrae sino al '24. Ancona è del 1901, Arezzo è del 1904, L'Aquila del 1905. Un gran numero di nuovi istituti coincidono con la fine del primo decennio, in corrispondenza del regolamento di Giolitti: Padova, 1907; Napoli, 1908; Rovigo e Sondrio, 1909; Genova-Cogoleto e Treviso, 1910; Feltre, 1911; Mantova e Cagliari, 1912; Torino Savonera, 1913.

     Un bilancio della politica espansionistica psichiatrica è tentato nel 1918, a guerra appena conclusa, dal Tamburini il quale non parla più di utopie e di cure ma solo di aspetti custodialistici, ritenendo obbligatorio il ricovero dei casi di pazzia anche quando non siano pericolosi.

     Questa realtà dell'ordine e della repressione e del contemporaneo esaurirsi di una pretesa clinico-scientifica è la linea del periodo fascista. Tramontato ogni entusiasmo riformatore e alternativo, ogni ottimismo positivo, le istituzioni si riducono gradualmente a quella ripetitività e a quello squallore ancora  largamente diffuso fino a pochi anni fa. Le terapie di shock e la psicochirurgia, con le loro caratteristiche di annientamento, contribuiscono in modo decisivo a che l'irrequietezza della diversità diventi silenzio e vuoto.

     Nell'immediato dopoguerra sono le zone teatro delle operazioni a veder consolati i propri guai con manicomi: a Udine si aggiungono le unità di Sacile e S. Daniele, a Gorizia viene attuata una ricostruzione. Si ereditano Trento e Trieste costruiti negli ultimi sussulti dell'impero asburgico. Ampliamenti si attuano a Feltre e Pergine.

     Tuttavia è soprattutto nel Sud che il fascismo esprime una politica psichiatrica: Siracusa, 1930-35; Bisceglie, 1933; Agrigento, 1931; Reggio Calabria, 1932; Trapani, 1934.

     L'amministrazione di Reggio Calabria proclama all'inaugurazione dell'ospedale: «Il problema dell'assistenza ospedaliera ai malati di mente non è un capitolo del bilancio o una semplice questione amministrativa, è un problema etico-sentimentale, è un'affermazione morale e umanitaria... i poveri folli nostri, riuniti in un ospedale modernamente attrezzato, sorriso dal cielo e dal mare, curati con ogni amore e con ogni mezzo che la scienza offre, benediranno il Duce, animatore di ogni opera di umana redenzione». Lo psichiatra concretizza questa morale: «Bisogna difendersi contro i fattori di decadimento mentale; occorre rafforzare le strutture psichiatriche, ricercando e sterilizzando i germi che possono agire come cause disgenetiche della Razza. L'ospedale psichiatrico sottrae alla procreazione elementi inadatti... Popoli che regrediscono verso pervertimenti istintivi e si dilaniano in costruzioni dislogiche; che sono presi da deliri collettivi, o da esaltamenti mistici, paranoici o mitomaniaci, son popoli che vanno verso il tramonto...»

     Scoperta la sua importanza razzistica la psichiatria diventa strumento del regime e anche la costituzione di nuove provincie non può che essere completa di manicomi: Rieti, 1932-44; Vercelli, 1937; Varese, 1938.

     Tuttavia il pensiero psichiatrico si distrugge allo stesso modo in cui vengono annichiliti i pensieri dei pazienti. Gli psichiatri si difendono occupandosi di neurologia, la popolazione psichiatrica costituisce non più interesse di ricerca ma carico di custodia. Tra il '26 e il '42 vengono costruiti negli ospedali psichiatrici molti reparti neurologici, che concentrano le attenzioni dello staff con definitivo abbandono della gestione psichiatrica.

     Dopo la caduta del fascismo e la seconda guerra mondiale, il paese non trova per lungo tempo la forza di modificare l'avvilimento delle istituzioni. Una singolare iniziativa manicomiale riguarda Roma e il meridione, e si costituisce come una ripresa di assistenza religiosa ottocentesca: Foggia, 1949; Potenza, 1955-57; Guidonia, 1960. I progetti per altre costruzioni, in particolare per le provincie che ancora mandano malati altrove, si insabbiano tra discussioni, progetti e appalti. In qualche caso le indecisioni terminano con il rustico del fabbricato o con il suo primo piano.

     La politica del controllo territoriale, timidamente iniziata negli anni venti già dopo i trionfi di Tamburini, appare in fondo più consona alla sua economia di controllo. I manicomi, fatiscenti, ansimanti come grandi macchine sgangherate, incapaci di sostenere il connubio tra «ragione medica e ragione architettonica» sopravvivono anacronisti. In attesa che la legge ne sancisca la cancellazione.

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Filippo Maria F