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Filippo Maria Ferro

Se le passioni siano chiamate con proprietà
Affezioni dell'Anima, o se piuttosto dovrebbero
dirsi Affezioni del Corpo
                                       
(Vincenzo Chiarugi)

     "Temperamenti sanguigni e biliosi", "insolazioni", "colpi d'epilessia", "ebrietà", "rovesci di fortuna", soprattutto "fantasie sregolate", "gravi passioni d'animo" e "amori" muovono, agli occhi di Vincenzo Chiarugi, la scena della Pazzia; ed egli la osserva con diligenza, anche con distacco, trovandosi a passeggiare per le Infermierie disposte dalla saggia amministrazione del Granduca di Toscana. Un universo dove la "forza della Fantasia" muratoriana si correla, nella necessità della clinica, alla nuova scienza che indaga la struttura del corpo e la realtà dei fluidi sanguigni e nervosi.

     Come ha provato Sergio Moravia negli studi sul pensiero settecentesco, il grande sforzo d'osservare della generazione, a cui  Chiarugi appartiene, porta a situare nella "macchina" del corpo il luogo del pensiero e quindi  del suo turbamento. In tale linea di ricerca si precisano le attenzioni al sistema nervoso, le indagini sulla sua struttura e funzione: tema nevralgico per il passaggio che si attua da una visione meccanica a una concezione articolata e funzionale.

     Chiarugi è acuto nel registrare questa acquisizione, la macchina del corpo e il meccanismo che la regola non gli sembrano congegni statici, un gioco di forze che la fisica sola possa comprendere. Al contrario, la macchina si fa organismo, annette i fluidi, comporta una dialettica attiva tra esterno e interno, nella quale l'attività nervosa  ha  rilievo essenziale,  per la "sensibilità" e l'"irritabilità".

     Con questa disposizione d'animo, Chiarugi accoglie nella sua visione i principi della scuola scozzese, l'insegnamento di Cullen e l'entusiasmo di Brown, il soffio di una vitalità che sommuove l'asfittico quadro della medicina delle specie. Questo è infatti il fermento che il sanguigno Brown introduce nella medicina, con la stessa irruenza con la quale le idee rivoluzionarie irrompono nell'ordine politico e sociale: un vento dal quale anche in Italia molti medici sono sfiorati o coinvolti, come Rasori, Cirillo, Sementini. Gli effetti forti sommuovono gli schemi cristallizzati e diviene opportuno comprendere il turbamento e cercare di dargli regola.

     In questo orizzonte la contemplazione della Pazzia rappresenta un osservatorio privilegiato. Se ne rende conto  Chiarugi, forse all'inizio poco portato per indole e personali difese a tale frequentazione. Ma in questa ritrosia sta anche la sua distinzione. Chiarugi non è uno psichiatra innamorato della follia, non è neppure  psichiatra sensu stricto, ma un medico che, per una serie di contingenze, frequenta le infermierie del Bonifazio e comprende che in tale nodo sta la domanda della medicina del  tempo, la sua chiave interpretativa. Solo la "de-raison", immagine enfiata e morbosa della "raison", lascia intuire l'essenza  dei fenomeni naturali e clinici: la fisiologia si comprende attraverso la fisiopatologia.

     Le infermierie di Santa Dorotea e di Bonifazio riportano, dinanzi a Chiarugi, gli interrogativi ermeneutici posti da Baglivi, illustrano le figure della crisi. E' da notare, leggendo accuratamente la "centuria di osservazioni" raccolta nel libro terzo del Trattato, come tutte le descrizioni dei casi siano descrizioni di "eccessi": inerzia e furore, pletore e anemie, volti paonazzi ed emaciati, convulsioni e paralisi. "Eccessi" il cui sviluppo appare definibile attraverso i valori del barometro; così si rileva in un giovane di 20 anni (oss. VII, III, 110): "il furore ricorreva a intervalli indeterminati, ma costantemente si faceva più intenso quanto il barometro era basso." "Eccessi" che, quando la morte li vela, appaiono, alla sezione dei cadaveri, quali ingorghi di sangue e linfa, edemi, ascessi, o rammollimenti, indurimenti, essiccazioni. 

     Furore e inerzia sono le vere figure della "pazzia", egualmente si fondano sull'eccesso, e convergono, in prospettiva, nell'esaurimento dell'energia, nella finale involuzione.

     La bipolarità di Melancolia e Mania (si badi tuttavia che i termini hanno altra significazione rispetto a quella della futura nosografia delle distimie), con eventuale approdo alla Demenza, anticipa quasi il modello ottocentesco della "psicosi unica", e delinea il "processo", che si mostra non in aspetti sincronici staccati ma attraverso la coerenza interna alla diacronia. Afferma Chiarugi: "generalmente i diversi generi di Pazzia si succedono con un cert'ordine. Io posso assicurare di aver veduto nella pluralità dei casi, che ogni grado di Pazzia principia colla Melancolia, quale facilmente passa alla Mania: cessando questa, quella si riproduce. e finalmente da ambedue queste fonti si dà origine all'Amenza." (I, 38). La preoccupazione della diacronia ricorre costante nelle osservazioni di Chiarugi, gli permette di svolgere, nel libro secondo, una rivisitazione della pletora nosografica e di animare l'asfittico museo del catalogo per specie con la vitalità e "sensibilità" della medicina browniana. 

     A questo punto Chiarugi si chiede: può la naturalità degli eccessi, fisici e morali, essere compresa e contenuta in un ordine, del sistema e delle istituzioni?

     Alla domanda risponde in modo affermativo, come documenta Giuseppe Riefolo, il Granduca Pietro Leopoldo: con lo spirito disincantato dell'illuminista  che risolve le tensioni sociali in bilanci e amministra le passioni secondo la loro geometria, come Laclos e Casanova.

     L'influenza illuministica, provata da due edizioni dell'Encyclopédie, 1758 e 1770, anima, nella tradizione sperimentale galileiana, "uno sforzo sempre più consapevole per spiegare razionalmente i fatti", sia nella politica che nella scienza, come mostra Targioni Tozzetti pubblicando, 1780, "Notizie degli aggrandimenti delle scienze fisiche in Toscana".

     Ed è in tale rivalutazione del concreto e della prassi rispetto a ogni speculazione metafisica che nella visione di Pietro Leopoldo la fondazione di uno spazio ospedaliero precede il sistema clinico, la dottrina e il suo insegnamento. Il disegno del Bonifazio è così inedito: "Sono essenziali la comodità, la ritiratezza e la tranquillità, l'aria aperta e libera; stanze spaziose, inframmezzate da giardini, atte ad accogliere elementi in separate classi."

     Ma Vincenzo Chiarugi, che passeggia elegante e impeccabile per queste corsie, e  non sempre può lasciare gli oneri dell'amministrazione per essere presente alle autopsie, si vede messo dinanzi a delle Passioni la cui comprensione va oltre i rassicuranti modelli naturali e le stesse iperboli della letteratura libertina. Egli non accosta come i francesi l'eccesso del marchese di Sade, non si pone quesiti inquietanti, non osa mettere in crisi la sua solida convinzione borghese, sottolinea solo ossessivamente la presenza di "passioni" senza specificarle, distinguendole appena in "eccitanti", "sedative"e "miste". Se ne difende e tace, da uomo uso del mondo; ma sa che scrutare, nelle loro intime ragioni, queste tempeste emotive non è agevole; ed è inoltre consapevole di come la psichiatria evidenzi il punto di crisi, non solo dell'esistenza ma della  scienza medica e della logica istituzionale.

     A differenza di Pinel, Chiarugi non approfondisce i vissuti dei pazienti, si limita a descrivere i fenomeni della "malattia". Come già Sementini, coglie le immagini delle passioni al loro estremo, e le ritiene irrapportabili alla normale esperienza. Tuttavia, mentre Sementini, attraverso i pochi casi visti agli Incurabili, disegna dei volti della follia ampiamente ritoccati con citazioni letterarie e demonologiche, Chiarugi raccoglie la sua "centuria di osservazioni" attraverso una pratica diretta di anni, nella quale il "grado di certezza" è fatto scaturire dalla "patologia dei casi", e affida al lettore "cento istorie di pazzie" in carne ed ossa, storie di passioni vibranti anche se non nominate; la sua conoscenza clinica è frutto di un lavoro accurato, di un tentativo ossessivo di ricondurre gli eccessi della natura e dell'etica in griglie tranquille di catalogazione.

     La sua ricognizione del perturbante appare tacitiana: "Basta dare un'occhiata ad un Melancolico.. per vedere scolpiti ad esso in volto i caratteri della sua dominante passione, che forma appunto il carattere Specifico della malattia"; giudizio che richiama Willis: "morbum vultu, incessuque fatentur". La "follia" sopravvive come citazione erudita: i licantropi o Cinantropi o Licaonti, il delirio di Aristotele, la melancolia del cittadino di Argo.. Ma lo sguardo clinico cerca la sintesi, pochi rilievi e "tanto basta a conoscere la Malattia." La modernità sta nell'osservare e registrare i casi concreti, d'essere cioè "analitici".

     Dinanzi allo  sguardo di Chiarugi sfila una galleria di ritratti, che restituiscono la complessità d'affetti di un'atmosfera sociale. C'è il popolo, di campagna e di città: contadini, tagliatori di boschi, butteri delle maremme, coloni di luoghi palustri; e ancora servitori di cucina, un magnano, il mugnaio. Ci sono i soldati. Seguono i religiosi: un domenicano di Siena, un sacerdote di famiglia, un chierico maremmano. Ci sono giovani borghesi: uno studioso di chimica, un addetto ai libri di mercatura, un viaggiatore oltramontano colto dall'anglico taedium vitae. C'è il medico alla fine della carriera, che nel suo scetticismo rifiuta ogni cura. E ci sono le donne: giovani innamorate, vedove turbate, puerpere sfinite. Anche se alcuni sembrano più sensibili, per estrazione sociale, alle pletore e agli abusi alcoolici, le "violente, fiere tristezze", le "forti passioni d'animo" dimostrano di agire senza far distinzione di classi. 

     Chiarugi non passeggia solo per le infermierie, come confida nella "prefazione". In realtà non lascia il manicomio, diviene lo sguardo garante della visibilità e del controllo capillare dell'istituzione: compie visite puntuali, riscontri, osservazioni, prescrizioni terapeutiche, coordina chirurghi, assistenti, serventi; vede i cibi, bagni e docciature; pensa ai Sacramenti; decide le ammissioni e le licenze; si preoccupa del contegno, ispeziona a sorpresa, prende provvedimenti disciplinari; distingue i pazienti per sesso  e tipo di turbamento "all'effetto di evitare gli sconcerti derivanti dal sentirsi scambievolmente nella mania respettiva" , e individua delle classi, non solo "paganti" e "poveri" ma in relazione alla qualità e al grado della malattia (l'ospedale ospita, oltre ai casi "mentali", malati "cutanei" cioè 'i lebbrosi, i rognosi e i tignosi), per "impedire il Commercio.. e per conseguenza l'estensione e comunicazione del contagio."  Serie di sintomi, prospetti di decorso, protocolli di cura, statistiche, disposizioni e regolamenti: in questa meticolosa raccolta di dati e di operazioni, Chiarugi  è innovatore. Il suo limite, concorde alla scelta riformista di Pietro Leopoldo, è la distanza che egli pone rispetto all'oggetto della ricerca: con lo scetticismo dei clinici asburgici dell'epoca.

     Gli aspetti riduttivi e parziali di quest'ottica sono intuiti da Pinel, il quale, consapevole della sua intensità di esplorazione fenomenologica, relega tra le anticaglie conservatrici queste pur oneste e veridiche descrizioni. Chiarugi, punto sul vivo, replica nel 1808 (nella seconda edizione del primo volume del Trattato) che il suo intendimento non è di muoversi su di un piano "filosofico" ma di privilegiare dati "per l'utile" veri: al metodo "medico-filosofico" si oppone il metodo "medico-analitico".

     Naturalmente, tale visione schermata fa sì che l'istituzione sia  presto costretta nei limiti del medicamento e della custodia, incapace di sviluppare dalla pur pregevole sapienza del suo ordine un'istanza e un'apertura di "trattamento morale".

     Tuttavia, è forse proprio in questi limiti accertati che, per paradosso, la riflessione di Chiarugi acquisisce una sua originalità. Le nostre lacune sull'intelligenza del sapere medico tra '700 e '800 e la fuorviante tesi del "primato" rispetto a Pinel, hanno impedito di considerare Chiarugi nella sua realtà e hanno generato equivoco circa i suoi autentici meriti.

     Chiarugi si confronta a pieno campo con la medicina del tempo e lo fa accogliendo le concezioni di Cullen e di Brown. E, per precisare questo punto di vista, che si impernia sulla diade sensibilità/irritabilità, concentra l'attenzione sulle strutture più impegnate in tale arco di funzioni: sistema nervoso e apparato cutaneo gli appaiono, giusti i rilievi di Baglivi sugli embrioni di pollo, essenziali per lo sviluppo del Sensorio Comune, punti attivi di permeabilità tra mondo esterno e mondo interno, quindi centrali per ogni ricerca sull'organismo vivente. Inoltre, la preoccupazione di trovare una continuità tra fenomeni chimico-fisici e fenomeni viventi lo porta a considerare, sia pure con prudenza, "i tentativi fatti coll'Elettricismo, poiché egli è indubitato, che accresce le forze nervose e specialmente l'irritabilità del sistema vascolare". La novità di Chiarugi, che per altro si limita a sintetizzare dati noti in letteratura, sta proprio in questa inedita messa a fuoco della funzione nervosa, non solo per quanto concerne la psichiatria ma l'intera medicina. Oltre che sulle storie, lo sguardo si appunta sui segni somatici: il calore del corpo, il polso, la respirazione, le secrezioni e le escrezioni. E, in modo originale, l'attenzione si concentra sulla sezione cadaverica, epicrisi che svela il divenire della lesione in stretto rapporto con il quadro clinico e gli interventi terapeutici. In un caso di Mania si prospetta "che l'irritazione, la flogosi, la sanguigna congestione, siano state le cagioni dei terribili fenomeni morbosi di audacia, di fierezza, di furore e degli attacchi apoplettici, ne fa prova il miglioramento che succedeva dietro le ripetute emissioni di sangue dal braccio e dalle giugulari". E in un altro caso il compito della sezione è di comprendere "il divenire di una congestione sanguigna fatale dopo la soppressione del mestruo". L'oggettività del reperto sembra risolvere persino il dilemma cartesiano: "quando le meningi sono iniettate ed infiammate, la superficie del cervello, ch'esse ricoprono, è irritata e l'anima non comanda più regolarmente i movimenti del corpo; e il cervello cessa di essere in parte sottoposto al suo impero."

      Tutto si potrebbe risolvere in una fisiologia sensista, ma è ancora una preoccupazione moderata a far sì che Chiarugi eviti di essere riduttivo e accetti la complessità. In un principato illuminista ma riformista, in un'atmosfera di scienza rigorosa ma non radicale, Chiarugi non attacca la concezione "Anima", non risolve l'Anima nel corpo, le riconosce sostanza autonoma, le trova anche, come già Cartesio, un luogo, non  tra sistema nervoso e soma, ma all'interno del sistema nervoso stesso, nel passaggio tra "sostanza corticale" e "sostanza midollare". L'Anima così è giunzione non di struttura ma di funzioni, ed è concepita quale forma delle interazioni, attiva nel promuovere scambi tra l'Io e il mondo; la si paragona a un concertista che tragga suoni dallo strumento corpo (l'immagine ricorda le musiche di Vivaldi e Albinoni), ma non è solo la sua azione a determinare l'armonia, perché lo strumento interagisce in un sistema di stimoli e reazioni con il mondo esterno. Così quanto veicolano le "estremità senzienti" dei nervi non è solo una serie di stimoli ma una successione di eventi, di atmosfere.  Se l'Anima è forma delle funzioni, gli stimoli si sommano a configurare passioni e la fisiologia non sfugge all'etica, il "physique" si connette al "moral": (l'Anima) sta unita ed immedesimata col Corpo, obbligata a seguire le vicende della di lui costituzione." Sensazioni, immaginazioni e memoria generano "Emozioni" e i loro effetti "si rendono sensibili in quasi tutte le funzioni della macchina", producendo le "Passioni" o "Affezioni dell'Animo". Si determina allora nell'Anima "un movimento corrispondente", sì che "ad ogni Passione diversa corrisponda uno stato diverso dell'Anima, per cui ella reagisce sul Corpo". (I, 137). In sintesi: "tutti i fenomeni (dall'Anima) prodotti appartengono all'accrescimento, o alla diminuzione dell'inerzia, o dell'attività del sistema nervoso. Per questo appunto nascono i sorprendenti fenomeni, che si sviluppano nelle Passioni; quindi gli sconcerti prodotti dalle lunghe Meditazioni, dalla troppo attiva, e mal regolata Fantasia, o da altri simili agenti, nei quali l'Anima à il principale interesse." (I, 135)

     La Fantasia anima le sregolatezze della Ragione, produce incubi nel sonno: è l'assunto di Goya, e non a caso Chiarugi accenna allo studio dei Pittori "per dimostrar le Passioni, dalle quali si fingono animare le loro immagini." (I, 137). Così "vengono riferite a cause esterne le Idee procedenti da cause interne, oppure vengono unite, o disgiunte, o soltanto ancora apprese impropriamente le proprie cognizioni contro il comun senso.. ciò che si chiama Delirio." (I, 9). L'irregolare attività della Fantasia segna dunque "quel punto nella Catena del Mondo Intellettuale, per cui dalla Ragione si passa alla Pazzia" (I, 34).

     La dicotomia psiche/soma sembra aggirata e tuttavia si ripresenta quando la speculazione lascia luogo all'urgenza empirica della pratica; allora ci si può interrogare su una "forma" concreta, chiedersi "se questa mania debba dirsi Mentale, o Reattiva, o Pletorica." (III, 114).

     Sugli elementi che la fisiologia non comprende nel suo dominio, Chiarugi esita, indugia in alchimie di medicamenti, in sottigliezze disciplinari. Tuttavia, così operando, riconduce gli eccessi nello spazio di indagine della clinica, riporta i turbamenti dell'etica e le insidie dei demoni in una regolata amministrazione.  Della bontà del metodo, più che gli uomini di scienza, sembrano chiamati  gli amministratori a giudicare, statistiche alla mano: nel "moderno" Regio Spedale di Bonifazio "nel corso di quattr'anni" pazienti venuti 614, partiti 488, morti 126 (un tasso per l'epoca quanto mai contenuto).

     Per un riformista illuminato sono risultati che rassicurano la coscienza. Così il trattato ha buona udienza tedesca, a Lipsia e a Vienna, in una visione del mondo che lega con cura "Kultur und Besitz". E Chiarugi, sempre impeccabile ed elegante, può passeggiare per altre Infermierie, sempre convinto di dover osservare e ancora osservare, per decifrare le "cause" delle malattie non più "frammischiando" Ipotesi ma basandosi sull'esperienza oggettiva.

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