Istituto Ricci HomePageLa guerra dei mondi
N E W S C O N T A T T I R I C E R C A L I N K S F O R U M

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Mondi di infanti reali

Una proposta di lettura del film La guerra dei mondi
e sommariamente sulla produzione del suo regista

Estratto

L’ultimo film di Spielberg ha scontentato un po’ tutti. Illogico, senza continuity, prevedibile, ridondante.

Se la chiave di lettura, una fra le tante, fosse quella di osservare il film come un’allucinazione della bambina protagonista atta a recuperare la figura di un padre lontano e indifferente ?

Certo non è il primo film di presunta science-fiction del regista, né la prima volta che parla di famiglia…

Introduzione

 “Volevo rendere questo film simile ad un prisma, in cui ognuno può vedere una sfaccettatura diversa. Quindi ho cercato di renderlo più aperto possibile all'interpretazione [..] ho messo insieme tanti elementi, in modo che ognuno possa avere la sua opinione.”

(Spielberg per intervista a La Repubblica )

 

Gli artisti sono il limite di loro stessi. Dopo l’apice entrano in ridondanza.

Non tutti però. Alcuni smettono mentre fra gli altri, quelli che continuano, i più coscienti (o prudenti) realizzano le opere successive come “variazioni sul tema”. In buona fede si potrebbe pensare che idea che fa botteghino non si cambia,  sarebbe anche semplice in fondo. Inoltre aggiungere qualcosa di originale nelle opere successive sarebbe sempre più difficile perciò il prodotto proposto sostanzialmente non cambia.

Invece con malizia (analitica?)  si potrebbe pensare che il core, il nucleo caldo sia ancora scoperto e  che l’artista senta ancora il bisogno di esporlo. Per raffreddarlo, consegnarlo, permettere che venga scoperto?

Non è cosi importante appurarlo invero, o almeno non così primario, urgente come il produrlo.

Tale è l’opera, non quale l’artista.

La science-fiction e il regista

Ma cosa è per Spielberg la fantascienza:

"La fantascienza è una vacanza che mi tiene lontano da tutte le regole della logica narrativa. E' una vacanza dalla fisica di base. Ti permette di lasciarti alle spalle tutte le imposizioni e di volare. Noi, come esseri umani, non possiamo volare e invidiamo gli uccelli per questo. Io invidio Tom Cruise perché pilota aeroplani e jet mentre io non posso farlo, ho troppa paura. Per la maggior parte di noi, la fantascienza è l'unica possibilità di volare veramente. E' per questo che amo tanto questo genere e ci ritorno sempre, perché non dà limiti all'immaginazione. La sfida, in questo caso, è stata quella di far sembrare comunque credibile il film. Sia io che David Copp, lo sceneggiatore, abbiamo fatto in modo di far sembrare i personaggi più reali e normali possibile. Detto questo, la fantascienza rappresenta per i registi una grande fuga.”? (intervista  per La Repubblica)

La fantascienza dei film di Spielberg è “magica”. Per questo scontenta i puristi del genere e in fondo un po’ annoia. Se ci fosse altro sotto però ?

A parte i problemi di originalità, a volte le vicende sono tanto forzate e innaturali da sfiorare il ridicolo. Avrebbero dovuto intitolare il film “Una Serie di Fortunati Eventi” (tanto per rifarsi al titolo di un recente film tratto dai libri di Lemony Snickets): l’eroe di turno e la sua famiglia non vengono scalfiti nemmeno dalla più drammatica delle catastrofi. Per una serie di fortunate coincidenze la famiglia Ferrier è l’unica a trovare un’automobile. E si tratta di un'auto magica, visto che riesce magicamente a passare senza intoppi attraverso un fittissimo ingorgo autostradale e riesce a restare illesa anche quando viene parcheggiata di fianco ad un quartiere e ad una abitazione che rimangono quasi completamente distrutti. “. Daniele Toninelli

"La mia vera natura ha voluto che facessi 'E.T.' e 'Incontri ravvicinati del terzo tipo', ma lo spettatore che è in me ha sempre voluto fare 'La Guerra dei Mondi'. Cosa c'è di più elettrizzante di una guerra tra la razza umana e gli extraterrestri?". Spielberg

“Spielberg non si accontenta della fine degli invasori alieni rovinando quel poco che restava da rovinare chiudendo il film con un quadretto di famiglia, viva e vegeta fino alla terza generazione grazie a chissà quale miracolo, che più che portare sollievo fa urlare di rabbia lo spettatore. Già ci siamo dovuti bere il fatto che gli alieni siano venuti sulla Terra senza prendere le più elementari precauzioni chimico-batteriologiche (potevamo bercela ai tempi di Wells, nel 2005 è ben più difficile), ma il lieto fine a tutti i costi, riconciliazione padre/figlio compresa, è stato davvero troppo. “  Silvio Sosio

I tempi  di narrazione sono quelli di un bambino, lo spazio e gli oggetti propri degli adulti.

Invero Spielberg è ormai un veterano della dissimulazione del significante narrativo: usare la fantascienza o la fantasia per  poter parlare in sfondo della famiglia, o meglio del suo modello medio borghese “american way of life” (un uomo deve fare cio’ che un uomo deve  fare, il coraggio ma non a sfondo catartico proveniente dall’amore-incontro-scoperta dei figli o il ritrovamento del proprio status di figlio)

To tell the truth molta della produzione western dagli anni 30 ai 50  era imperniata su tematiche e conflitti a forte caratterizzazione edipica. Ciò è tanto vero che il Leone d’oro di quest’anno, a distanza di 50 anni dall’epoca d’oro del far west, l’ha vinto il regista Ang Lee (lo stesso di Hulk e La tigre e il dragone) con un film sui cow-boy gay (Brokeback Mountain)

Spielberg trasla dal latte del far west alla via lattea del so far far away. I fuorilegge braccati e agognanti il Messico nascosti dai figli dei braccanti (e quindi oggetto di sfida verso le pre-generazioni) per esempio, diventano alieni maldestri che provano a fare una collect call (chiamata a carico del destinatario) su Alpha Centauri e affini, capaci tuttavia di realizzare (garantendo questa volta una gratifica preclusa ai  loro omotetici in bianco e nero) i piccoli sogni rompi monotonia dei figli, come volare con la bici al chiaro di luna. Non è quindi solo un finale meno mortifero a far meritare l’etichetta di ottimista al nostro cineasta. Qualcuno a lui vicino si spingerà anche oltre, ribaltando le posizioni, non solo giustificando la ribellione figliare bensì innalzandola a crociata contro l’abisso, il lato oscuro. Figli cosi forti o impauriti dalla realtà che è possibile accettare ma non assimilare:

- Luke! Io sono tuo padre –

Luke Skywalker, capace di interagire autonomamente con La Forza cosmica, sente che è la verità, che quello è suo padre, ma preferisce lasciarsi cadere dentro un lungo tunnel terminante nel vuoto più che seguirlo. Guerre Stellari: a volte non c’è spazio più lontano della stanza affianco. Dall’ottimismo all’autonomia di un figlio, di una generazione, come si comprende bene dalle parole di Walter Murch (montatore da tre Oscar) parlando di Lucas: “Così si disse: okay, se è troppo scomodo politicamente come soggetto attuale, trasferirò la storia altrove e la farò accadere in una galassia lontana nel tempo e nello spazio. I Ribelli sono i nordvietnamiti e L’Impero gli Stati Uniti. E se possiedi la Forza, non importa quanto sei piccolo, puoi sconfiggere il grande potere oppressivo.” Guerre Stellari è la versione di George Lucas di Apcalypse Now.” (Il cinema e l’arte del montaggio)

Illuminante, no ?

Una considerazione gruppale

Un film o una serie di film dello stesso regista  permettono più che l’etichettatura del singolo artista, una collocazione antropologica del filtrato-lavoro nel background sociale di riferimento. Escludendo la funzione filtro (alfa in termini bioniani) del cineasta e focalizzando non sul “perché” ma sul “come” i piani di interpretazione si moltiplicano, consentendo, nella riflessione psicodinamica della interfaccia artista-opera–spettatori, l’emergere delle realtà gruppali inconsce, determinanti, oltre alla maestria talentosa della troupe, il successo del film. Inquadrabile apparentemente in un assunto di base bioniano di attacco-fuga La Guerra dei due mondi non ha riscosso il successo sperato in Europa (eppure Walsh, lo scrittore del romanzo anti colonialista da cui i film sono stati tratti  e i vampiri  sono forieri di copyright europeo). Di fatto, per il modo in cui il nemico è debellato la meta trama è riconducibile all’assunto di base di dipendenza: i nemici sono sconfitti dal sangue infetto che risucchiano e da un  elemento invisibile agli uomini, il microbo. Anche la voce narrante in epilogo sentenziante che: “Nessuna morte è vana“ mi induce ad affermarlo. C’è di fatto il miracolo ed è ciò che anche lo spettatore in sala mormora umoristicamente.

La filmografia spielberghiana, la ricorrenza.

- Sci-fi:

  • 1977-Incontri ravvicinati del terzo tipo: un gruppo eterogeneo di persone riceve l’incipit da entità extra terrestri per un monte su cui sbarcheranno. Il protagonista abbandona tutto  per arrivarci compresi moglie e figli che gli danno dello strambo. Riunirà nel close encounter, tanto da venir adottato dagli alieni e andar via con loro dopo una metamorfosi ad acta

  • 1982-ET: un alieno simpatico viene protetto da un gruppo di ragazzini in bici. Cucciolo perso nella periferia della Via Lattea tra cuccioli della provincia americana saprà meravigliarli e grazie al loro aiuto-protezione tornerà a casa.

  • 2001-AI: dopo millenni  solo NY rimane a documentare i nostri giorni e nel profondo di quello che era l’Atlantico gli esseri oblunghi e iridescenti del Futuro trovano il  pinocchio-androide addormentato  mentre era alla ricerca della mamma-fata turchina. Potranno grazie alla tecnologia fargli rivivere il passato e finalmente potrà festeggiare il suo compleanno “in famiglia” (film nato da un plot imbastito da Kubrick in cui il finale da mezzora è totalmente spielberghiano).

  • 2002-Minority Report: Sempre un Tom Cruise  tormentato per la perdita della sua famiglia e intento ad evitare che altri soffrano per omicidi futuri (i futuri criminali sono arrestati nel presente prima che commettano il crimine).

- Non sci-fi :

  • 1991-Hook: Peter Pan non riesce a staccarsi dal cellulare e il figlio si lascia adottare da Uncino. Per riconquistarlo il satirello volante dovrà tornare a fare scherzi da prete, pardon, da Peter-Pan, essere accettato dagli altri marmocchi e mostrare il suo coraggio in duello. Non volava perché non fantasticava più. Uncino seduce il figlio di Peter grazie al baseball…

  • 1997-Salvate il soldato Rayan: una dozzina di soldati viene mandata in missione (suicida) dietro le linee nemiche per recuperare dopo lo sbarco in Normandia il quarto figlio arruolato, paracadutista disperso, e unico ancora in vita. Mamma America non vuole che una mamma del mississipi pianga ancora. Inutile dire che è l’unico a salvarsi, dalle brutture della guerra e dalla morte.

  • Insomma condita con salse diverse ma la pietanza dal sapore quasi winnicottiano sembrerebbe esserci e lo stesso regista nell’intervista già citata ammette che non è lui quello capace di far film “disperati”. Sarà vero, ma la miopia c’è…

Contesto familiare

Che il vero nucleo narrativo del film sia la famiglia, con tutte le difficoltà che comporta metterle in scena qualcuno se n’è accorto:

Spielberg fa leva, esattamente come in molti temevamo, sui sentimenti più epidermici e deteriori, riducendo il tutto a un apologo moraleggiante sulla ritrovata unità familiare di fronte alle avversità. Malgrado in varie interviste dai toni trionfalistici e autocelebrativi il “più grande regista della storia del cinema” (permettetemi di dissentire) abbia dichiarato il contrario, c’è soltanto un vaghissimo accenno alla verità proclamata da Wells, cioè la lotta per la sopravvivenza di due razze. Massimo Manganelli

Parlare di rapporti familiari per un regista, in genere, non è una passeggiata:

“ …I vissuti personali del regista lo inducono ad adottare un atteggiamento prudente.Egli  preferisce non proporre una “ terapia familiare “ che inevitabilmente lo farebbe entrare in risonanza con la propria famiglia d’origine o con quella acquisita. Le problematiche familiari, pur presenti nei vari film, vengono affrontate con l’utilizzo di un piccolo espediente. La famiglia viene smembrata, frazionata in tanti sottosistemi e l’attenzione focalizzata su alcune diadi …” (L’analista in celluloide, Ignazio Senatore)

Tom Cruise conferma che è una tattica vincente:

“Adoro il modo in cui Steven Spielberg affronta il concetto di famiglia nei suoi film”

La Trama del film

Protagonista del film si chiama Ray Ferrier, lavora come operaio specializzato nei cantieri navali del New Jersey, è un padre separato inaffidabile e un po' sbruffone incaricato di passare con i due figli il classico week-end dove, in ossequio alla legge di Murphy, tutto ciò che può andar male lo farà. Dopo le prime anomalie atmosferiche - miriadi di fulmini che cadono nello stesso posto senza alcun tuono - il buon Ray s'imbatte con stupefatto terrore in un oggetto non identificato che affiora dal suolo stradale ed inizia a polverizzare la folla circostante senza pietà di sorta. Da quando la minaccia si manifesta in tutta la sua gravità il padre irresponsabile  tenterà d'impegnarsi al meglio per far continuare a respirare due rampolli che lo sopportano a malapena, e nel tentativo non si risparmierà nessuna furbata di sorta. L'avanzata inarrestabile dei tentacolari tripodi extraterrestri proseguirà in un'escalation di panico, colorandosi di inedite tinte vampiresche durante l'incontro della famiglia in fuga con un superstite ormai ottenebrato dalla sindrome della resistenza a tutti costi.

L’ allucinazione della bambina, una proposta di lettura

A mio avviso uno dei metatesti possibili de La Guerra dei Mondi è proprio quello del sogno  immaginario della bambina figlia del protagonista.

Sulla base della mia esperienza personale in casa famiglia per minori in affido non trovo insolito che la figura paterna  assente  o indifferente al bambino sia idealizzata fino alla onnipotenza.

Non potrebbe allora accadere che una bambina “ricodifichi” tutto il mondo circostante per poter assimilare e metabolizzare un padre che seppur umano sembri vivere su un pianeta lontano (come sembra lontano, ma non lo è il New Jersey da Boston) ? 

“Nel bimbo non c’è distinzione tra rappresentazione, degli oggetti reali, e affetto: l’affetto si rivela quale primo prodotto mentale, e come tale entra a far parte ,determinante, delle incipienti capacità rappresentazionali.  Gli oggetti che il bimbo si rappresenta sono mutevoli e, per noi, confusi: un oggetto può al contempo essere anche un altro. Ciò si evidenzia nel disegno spontaneo dei bambini. Possono disegnare un affare strano che contemporaneamente è un albero, ma anche un cane; e per loro è contemporaneamente tutti e due. Bisogna essere a contatto col bambino, per entrare dentro questo suo modo di vedere: non si può chiedergli “ Cosa hai disegnato?”, perché allora lui ci risponderà in termini compiacenti alla nostra struttura adulta.   (Imbasciati - Fondamenti psicoanalitici della psicologia clinica)

C’è il viaggio alla fine del quale tutto è risolto e il tripode è attaccabile non perché il suo campo di forza è stato forzato o annullato ma perché il suo abitante-manovratore è malato.

 Gli Altri  di Altrove sono impercettibili come fantasmi e come tali  scendono dal cielo, ma  ingombranti come angosce essi emergono dal sottosuolo terrorizzando e dissolvendo letteralmente gli adulti. Eppure diventano totalmente digeribili e assimilabili in sembianze e atteggiamenti (guardano foto, girano la ruota della bici…) agli occhi della bambina protagonista.

Gli alieni sembrano avere un atteggiamento persecutorio nei confronti dei due fuggitivi, padre e figlia, soprattutto quando questi si credono al sicuro, rintanati nello scantinato. Di fatti gli alieni tornano più volte ad ispezionare lo scantinato fino a scovare gli umani. (altra lettura: vengono scoperti dopo che il padre aveva soppresso il suo opposto ed è quindi costretto ad affrontare i mostri più grandi. Non ci riesce e la figlia urlante (ma è una costante nel film) e tutt’altro che paralizzata dal terrore (sono proprio queste le scene in cui, dall'inquadratura e dal taglio di ripresa, evincerebbe che è la bambina il fulcro, l’occhio immobile del ciclone) viene catturata. Al padre non resta che farsi catturare compiendo l’atto catartico del sacrificio, cui seguirà, senza che il neo eroe l’abbia voluto (deus ex machina) la distruzione del tripode, dal suo interno. Gli uomini prigionieri in cesti giganti saranno di nuovo liberi e senza un graffio dopo un volo di 10 metri.

L’unica figura femminile adulta del film è una amica di papà e sembra anche simpatica. Peccato non riesca a seguirlo mentre stanno salendo su un traghetto-salvatore.

Non ci riuscirà metà della gente presente sulla riva. Ma la trama non volge al cinismo e anche il battello salvatore viene affondato. Riescono a salvarsi in pochi…

Nella scena del battello emerge l’altruismo del fratello maggiore e ancora l’impotenza del padre. Nel nodo narrativo successivo il figlio si separa dal padre per unirsi all’esercito in lotta. E’ una separazione strana per i canoni hollywoodiani: non c’è ne investitura ne attrito. L’addio viene interrotto dalle urla della bimba, raccolta da altri e quasi potata via per la distrazione paterna, o per le eccessive (?) attenzioni date al figlio. Non c’è addio fra i fratelli, ne la bimba accennerà alla cosa in seguito.

 Le scene ambientate nello scantinato a detta di diversi critici sono accessorie e non necessarie al plot, ma come da studi sugli effetti del cinema negli spettatori (schermi violenti - Imbasciati) le parti considerate più ” brutte “ sono anche le più ricche di spunti al dibattito. Ecco dunque che osservando ancora questa sequenza si nota che la bambina è l’unica a vedere le sembianze degli alieni che scendono giù in perlustrazione: il padre e lo sconosciuto lottano, in silenzio fra loro per un fucile. Il  viso della bambina viene inquadrato in primo piano: l’occhio che spia da una fessura gli Altri è illuminato, quello rivolto ai due adulti che lottano è in ombra. E’ libera di vedere ora, mentre per tutto il film il padre le aveva vietato di  guardare sia i tripodi giganti sia la distruzione intorno ripetendole “ tieni gli occhi su di me”. La bimba osserva gli alieni curiosare maldestramente fra foto di famiglia e biciclette: nessun orrore (gli alieni hanno abitudini vampiresche) e il clima di suspence si stempera in Gianni e Pinotto.

Per un cinefilo, ma non solo, un tale cambio di climax è inaccettabile. Per un bimbo, no…

Per tutto il film il padre si oppone alla violenza mostrata:  prima  lascia cadere la pistola per poter riavere la figlia bloccata in macchina, poi cerca in tutti i modi di evitare che il figlio maggiore vada a combattere i mostri, di seguito blocca lo sconosciuto prima che spari ad un alieno. Risulta paradossale allora che decida di strangolare lo sconosciuto perché rumoroso quando basterebbe imbavagliarlo. Lui non vorrebbe ma è per “salvare la bambina” (gli alieni sono ipersensibili ai suoni e possono rintracciarli facilmente).

Chiude gli occhi e tappa le orecchie della piccola, va nell’altra stanza e ritorna dopo un paio di minuti. Lo sconosciuto, guerrafondaio paranoico e primitivo, l’opposto del padre, quello che si era anche offerto di badare alla bimba se il genitore fosse perito non c’è più, non compare più. Possono dormire tranquilli ora. Ma un grosso occhio spia alieno li scova comunque: al padre ora tocca affrontare, dopo il suo opposto nello scantinato, il grande tripode, vampiro e persecutore, inscalfibile… in campo aperto. Un altro “se stesso” da affrontare?

Dopo la distruzione fortuita (una serie di granate innescate senza la volontà del padre) del tripode i due raggiungono sani e salvi la città in cui vive la madre. Termina il viaggio: la città è sicura, non è stata distrutta pur essendo invasa.

E’ qui che un'altra invisibilità si concretizza: i batteri ammorbano gli alieni, ma questo si scoprirà solo dopo e solo grazie all’epilogo del narratore. Il padre ha in braccio la figlia, è protettore ormai, non più indifferente a lei e alle sue allergie. E’ lui a scoprire e indicare ai militari che il campo di forza introno ai mostri di acciaio non c’è più. Migliaia di militari guardinghi ma non sagaci, si direbbe. E’ fatta, i mostri sono attaccabili. E’ vittoria. E’ anche felicità perché tutti sono vivi e raccolti nella casa materna, anche il fratello maggiore scampato ad un’esplosione devastante.

La grande invasione, la grande paura capace di muovere – commuovere gli adulti…

Solitudine più isolamento uguale allucinazione ?

Luigi Starace