Istituto Ricci HomePageLe invasioni barbariche
N E W S C O N T A T T I R I C E R C A L I N K S F O R U M

  <- INDIETRO

 

Le invasioni barbariche. I figli

"…e noi, stupiti, apprendiamo che i più giovani
e i più intelligenti sono loro, non più noi"

(Solženicyn, 1973)

"State pensando di avere un figlio?"; "Certamente!"; "… è che, solo finché non hai un figlio non ti accorgi di quanto ti hanno amato i tuoi genitori!". Ma per Sébastien non si tratta di genitori, ma si tratta della questione del padre"; "Io ho fatto tutto da solo e non posso lamentarmi... me la sono cavata abbastanza bene" dice a Nathalie che da bambina, con la sorella, vedeva andare via di notte gli uomini dalla stanza della madre: "quelli sposati non rimanevano fino alla mattina… io e mia sorella li vedevamo andar via – quando ci capitava – durante la notte". Ma questa volta la ferita viene da Sébastien, una specie di fratello: "Bravo! Un ragazzo perfetto! Una fidanzata perfetta!… io sono imperfetta!" Nathalie appartiene alla generazione dei padri, alla decadenza dell’impero americano, a quel mondo che segna la decadenza dell’impero perché non ha saputo fare posto ai barbari, quelli che non hanno mai letto un libro e che passano ore ai videogames e che i padri proprio non riescono a capire: "mio figlio è un capitalista virtuoso, mentre io sono un socialista voluttuoso!"; "Lo sai che lavoro faccio?"; "Come lo posso sapere se non me l’hai mai detto?"; "l’avrei fatto se mi avessi ascoltato!"

Il padre questa volta è costretto ad affidare al figlio il suo breve destino: non è una scelta. Forse non l’avrebbe mai fatto, ma questa volta non può evitarlo. In fondo, da Darwin, Freud e Monod in poi, la necessità è il motore, la scansione delle trasformazioni. Per questo puoi entrare nel dominio dei barbari, di quelli che avresti sempre voluto mantenere fuori dai tuoi confini; ma loro se ti invadono forse ti possono salvare. Remy inizia a conoscere il barbari: "ma tu che lavoro fai?"; "se tu fossi un petroliere che scopre un pozzo che ti dà un barile che ti costa 6 dollari e lo vendi a 25 dollari cosa faresti?"; " Non lo so!"; "Cercheresti uno come me che ti metterebbe in contatto con una banca che ti darebbe un fisso e si accollerebbe i rischi delle fluttuazioni del mercato". Remy intuisce immediatamente di quale giacimento si tratta e lo propone al figlio: "Il lago! Vorrei fermarmi sul lago! Sei capace a convincere il conducente a fermarsi un attimo al lago?"; "ci posso provare!". Si passa quindi dai soldi ai colori tenui degli alberi in autunno dipinti in una tela e poi ritrovati nel paesaggio di un lago. Ho pensato alle trasformazioni di cui parlano gli analisti; è l’esatto esempio che ne riporta Bion: "Supponiamo che un pittore veda un sentiero in un campo di papaveri e lo dipinga…" (Bion, 1965, 9). Più volte Remy si duole di quello che nel passato gli è sfuggito… di non aver scritto, Se questo è un uomo, o Arcipelago Gulag; nel suo ripensare alla vita, la sua commozione è un po’ quella di Solženicyn: "Poco prima noi calcavamo il parquet dei corridoi universitari e ci consideravamo i più giovani e i più intelligenti del paese e della terra, ed ecco che nelle celle di una prigione ci vengono incontro pallidi alteri adolescenti e noi, stupiti, apprendiamo che i più giovani e i più intelligenti sono loro, non più noi" (603)

"Ricorda, dottore, il 21 luglio del ’69? Quando Armstrong mise piede sulla luna? Io quel giorno ero in campagna con mio padre. Era finita la scuola ed in estate bisognava innaffiare i vigneti Era tardo pomeriggio e già la luna si intravvedeva nel cielo. Feci una battuta a mio padre: "mentre noi siamo qui, in questo momento sulla luna stanno passeggiando: è una cosa che non è mai successa prima!". Non so perché, ma decisi che la scena di quel pomeriggio io l’avrei ricordata nel momento in cui mio padre sarebbe morto. Mi è rimasto come un fotogramma. Mio padre seduto su un sasso ed io che governavo i canali dell’acqua!".

Il suo paziente all’epoca era appena un ragazzo e all’analista sembrò davvero incredibile quella decisione di scolpire in una lastra nella propria mente una scena che diceva della enorme distanza che c’era fra quel figlio e quel padre: la luna da conquistare e la campagna arsa da innaffiare, ma un giorno il paziente avrebbe restituito al padre quel momento in cui doveva essersi sentito terribilmente distante da farlo morire.

I barbari entrano nel dominio del padre e il padre sente che sono rimasti troppo a lungo lontani. Per fortuna la decadenza dei padri ne autorizza l’invasione. E’ una invasione che noi continuiamo a pensare di poter governare ed evitare, ma la storia, nei tempi lunghi, non si muove secondo quello che noi, narcisisticamente, vogliamo, ma secondo processi effettivi che ci precedono e che siamo costretti a rincorrere. Per fortuna! Se ci sono i barbari ai confini, prima o poi ci invaderanno e questa potrà essere la nostra salvezza! Altrimenti continueremo stupidamente a tenerli fuori perché non conoscano la nostra fragilità: "quando sei nato tuo padre ti cambiava i pannolini e telefonava continuamente dovunque andasse e quando a tre anni hai avuto la meningite ti ha tenuto in braccio per 48 ore senza mai fermarsi… ma tu non puoi ricordarlo!"

"Mio padre diceva che i figli bisogna amarli quando dormono!". All’analista venne un crampo allo stomaco per la violenza dell’immagine; si accorse di aver fatto una smorfia con le labbra come qualche volta gli accadeva di fronte a dichiarazioni che lui – con un termine a cui attribuiva un senso di particolare gravità - definiva "sgradevoli", e rispondendo al paziente si tradì: "forse lei ora sente di poter trionfare su un padre che deve aver sentito assente e violento!"

"Non saprei, riprese il paziente, ma non era proprio così! Quella volta (ma anche tutte le altre volte che mio padre diceva quella frase) io sapevo che quando dormivo lui c’era… avevo proprio una immagine precisa: mio padre che si affacciava alla porta della mia stanza e mi guardava, come avevo visto che faceva alcune volte per le mie sorelle… la stessa scena era anche per me. Eppoi un’altra scena sempre di quando d’estate si andava ad irrigare i vigneti. Una volta mio padre tardò ad arrivare. Io ero solo; si fece buio… cominciai ad avere paura… ogni rumore sembrava minaccioso. C’era la luna piena, grande e gialla e per un po’ riuscii a tenermi fissando forte la luna piena, parlandole ad alta voce come ad una compagna. Lontano, dalla strada sterrata, passavano i fari delle macchine e si alzava la polvere, ma nessuna si fermava (eppoi io conoscevo com’erano i fari accesi della macchina di mio padre…). Dopo un po’ non tenni, ed esplose la paura ed io corsi sulla strada singhiozzando. Mio padre mi trovò che piangevo come un disperato. Di quella situazione ricordo, però che dopo qualche tempo, mia madre mi disse che l’aveva saputo da mio padre. A me bastava l’immagine della scena di mio padre che parla di me a mia madre mentre le dice di avermi visto come un poveraccio disperato per la paura…". L’analista non se la sentì di sottolineare che anche nell’analisi si era a luglio e ci si preparava alle vacanze estive: era troppo evidente anche per il suo paziente.. Sarebbe stato almeno indelicato introdurre il registro dell’analisi in quel ricordo reso possibile proprio dall’analisi, ma che all’analisi chiedeva di essere rispettato come quello che era veramente stato un tempo: un momento emozionate della vita, quando quell’uomo, ora sdraiato sul lettino, doveva aver sentito con tutto il suo corpo di esistere per suo padre. L’analista ascoltò in silenzio come in silenzio rimane Remy quando gli dicono "complimenti, ha un figlio eccezionale!" Lui non sa cosa rispondere, ma comincia a sospettare che in qualche modo lui c’entra: "ma io non ho fatto nulla!" Forse nei suoi progetti Remy doveva rimanere adolescente all’infinito e non poteva occuparsi dei figli: un modo antico di evitare la morte chiudendo rigidamente i confini ai barbari e al tempo! Per fortuna i figli prendono da noi quello che non avremmo mai voluto dare loro, perché loro si occupano di ciò che noi teniamo fuori. In questo i figli ci curano come un po’ ci curano i pazienti quando ci scoprono feriti. Non esiste una cura che non sia reciproca (Ferenczi). Per fortuna i barbari non smettono mai di premere ai confini e, non appena ci sentono deboli ci invadono. Il problema "estetico" è, però, che ogni invasione è cruenta come, nella vita di un uomo, ogni trasformazione è catastrofica: "150 milioni di morti hanno fatto gli spagnoli ammazzando gli indigeni americani e questo è accaduto qui, alle porte di casa nostra e se pensiamo che l’abbiano fatto a colpi di accetta non è male come impresa… la storia, sorella, è costellata di immani tragedie!" Il dramma di Remy è duplice: finalmente l’incontro di un figlio lontano, che riesce a varcare i confini e, contemporaneamente (gli analisti direbbero: forse proprio per questo) la perdita di tutto quello che rendeva stabile la vita. "ho avuto troppo dalla vita… il vino… i viaggi… i libri… le donne…Forse è per questo che mi dispiace lasciarla!"; "forse non è questa la vita che le dispiace abbandonare, gli propone Nathalie, ma quella che ha avuto un tempo!" Anche qui Remy non riesce a rispondere, anticipato dalla dissolvenza violenta imposta dal regista. Solo la morte imminente di Remy permette ai due protagonisti l’invasione reciproca. Non so se poteva esserci un’altra possibilità meno drammatica. Ne dubito.

Il film va con la progressione spigolosa e alta dei contrasti che hanno una armonia intrinseca e naturale. L’Impero americano viene invaso da minacciosi barbari, mentre Remy si fa avvicinare, sconfitto, da un figlio sconosciuto e temuto e al tempo stesso si concede ad una nuova, ultima, donna: " non è come la Corea o il Vietnam… fino ad allora erano riusciti a tenerli lontani… ai confini, ma l’11 settembre i barbari sono arrivati al cuore dell’impero… Sto già nell’oltretomba… sto cavalcando… tu sei la mia valchiria..!"; "No, io vengo da Bulgaria!".

Si susseguono con agile alternanza temi di soldi e consonanze di poesia, velocità e silenzi… il silenzio di quando Remy saluta tutti…: la moglie Louise è l’unica che ribadisce la natura di fondo di tutto quello che c’era stato e lo riconosce, commossa e, in un certo senso, felice: "l’uomo della mia vita!". Mi accorgo solo a quel punto che nel film non c’è una vera e propria colonna sonora. Infatti: a che servirebbe? La colonna sonora del film sono il silenzio e le dissolvenze sui discorsi spesso inconclusi, appena accennati. Ho pensato che è la colonna sonora delle analisi… forse è la colonna sonora di quando le immagini tornano nei ricordi, ma i ricordi dicono sempre del presente; nella vita e nelle analisi il passato non serve se non a descrivere il presente, momento per momento, forse il passato non serve neanche quando stai salutando i tuoi amici per l’ultima volta. Ines Orsini, allora, è quella di 50 anni fa o è l’intenso eccitamento di adesso, svincolato dalla ineluttabilità di un processo che cerca di dirti che fra un attimo non ci sarà più nulla? Ines Orsini sembra dire che i momenti sono una cosa, i processi un’altra, e i processi sono stati inventati per mitigare il dolore come gli eccitamenti. I processi tentano continuamente di inscrivere il momento eccezionale che stai vivendo in un deja vu. Ma gli analisti, sebbene si affannano ad interpretare secondo i codici delle loro dottrine, sanno bene che ogni momento non è mai esistito prima anche se quello che c’è prima immediatamente tenterà di appropriarsene applicandovi il proprio codice. Quando va bene si procede momento per momento, sapendo che è il solo modo di andare lontano e trovarsi in luoghi mai conosciuti prima. "un senso… bisogna trovare un senso", si ripete Remy ripensando al passato, ma "il senso è sempre un istante nel tempo" (Cahn, 115).

Chi sono i barbari? Quali le invasioni? Forse è perché dopo i padri vengono i figli e questi all’infinito, per cent’anni e oltre, cercheranno di essere per i padri quello che loro non sono riusciti ad essere. "Sébastien, ti auguro di avere un figlio come te!". E’ che, forse, la barbarie è tutto quello che non siamo riusciti ad essere e che teniamo ai confini come barbari pronti ad invaderci. E’ consolatorio vederlo nei film, ma le invasioni sono devastanti e comportano che i professori, i libri, le donne debbano morire per fare posto a veri e propri invasori. In questo senso è lapidario il breve confronto fra Remy e la fidanzata del figlio; un confronto fra due generazioni che hanno segnato forse la distanza massima: "Ci sposammo in una chiesa strampalata e, per sfuggire alle nostre famiglie, andammo a dormire in una locanda malfamata"; "Io mi sposerò selle rive della Loira, come nei film!"; "Dopo sei mesi comincia a tradire mia moglie!"; "Così in fretta?"; "Non ho perso tempo!"; "Quando incontrai Sébastien dissi: lui è per sempre!…non è per amore… i miei parlavano sempre di amore… di essere innamorati… i miei divorziarono che avevo tre anni e mio padre veniva a casa la domenica a pranzo e mezz’ora prima che andasse via io sparivo e mi sdraiavo davanti alla sua macchina implorandolo di non andare via! I miei figli non dovranno sopportare tutto questo!"

Forse senti di avere i figli quando questi tornano da lontano? e i padri, solo se sono lontani puoi ricordarli forti e potenti e innamorati di te? Forse la distanza sostiene il ricordo e ne rende lieve la sospensione. I poeti, sanno che è così! Anche gli analisti sanno che è così, ma solo in parte. Nei ricordi siamo noi a ricostruire gli oggetti e li plasmiamo secondo quello che ci è utile. La figlia di Remy continua a navigare sugli oceani, mentre Sébastien recupera la distanza e si avvicina terribilmente al padre. Nei ricordi e nelle distanze noi governiamo il potere degli oggetti, ma quando gli oggetti si presentano (ci invadono) dobbiamo cimentarne l’alterità (Bollas). A Remy e Sébastien sembra andar bene: finalmente possono incontrare l’alterità dell’altro troppo a lungo sospesa in una oggettivazione persecutoria che permetteva a ciascuno di regnare (con rabbia) serenamente nel proprio dominio.

Mi sono chiesto come mai da un po’ di tempo mi capita di vedere una serie di film che parlano soprattutto dei padri. Non so se è una mia particolare sensibilità di questa fase della vita o se davvero il problema dei padri riguarda il mondo in cui ora viviamo. Un po’ penso che sia soprattutto un problema epocale. Forse in questi anni i padri hanno un po’ camuffato la loro legge violenta in una subdola forma di evitante disponibilità democratica non a caso mediata dalla parola ed evitando i contatti: "Gli dica che gli vuol bene e lo tocchi… cerchi di toccarlo!" raccomanda, nel commiato, la volontaria a Sébastien. Forse è questo che allontana i padri dai figli… l’assenza di qualcosa che invece è intermedio fra i figli e le madri, la capacità di comunicare toccandosi… senza parlare… gli uomini, anche quando sono padri e figli, hanno paura di toccarsi e quando ci riescono ne sono felici… forse è perché in un impero di padri non scompare mai la paura che prima o poi padri e figli debbano per forza sfidarsi… perché amarsi, toccarsi, piangere, alla fine rimane solo delle madri. E’ una fortuna, una occasione, quindi che da un po’ di tempo figli e padri si incontrano nello schermo del cinema. I film, come sempre, sono depositari di qualcosa che ci preoccupa e ci riguarda profondamente.

Forse nella nostra cultura i padri devono assumersi il peso della violenza che accompagna la loro comparsa nel mondo di ciascuno di noi, quella violenza che, ad un certo punto della vita, ti toglie la madre e ti minaccia nella tua integrità: "la funzione paterna o d’autorità sembra sempre più vacillante… L’iperinvestimento e l’idealizzazione dei figli da parte dei genitori, nella ricerca di mutua approvazione, mascherano a stento rapporti permanenti di forze che si esprimono in modalità dissimulate o paradossali, rischiando di eludere i conflitti fondamentali ed il loro potenziale strutturante…" (Cahn, 2002, 13). La violenza è anche la vita; non è la violenza che nuoce alla mente, semmai ciò che le nuoce è la falsità "la mente ha bisogno di verità" (Freud, Lacan, Bion). Nessun’analisi può dirsi riuscita se non si transita per le fasi difficili e fertili della violenza espressa, quella che tante volte non ti è stato concesso di presentare e di riconoscere nell’altro. Forse è per questo che aumentano le patologie borderline, i quadri depressivi, i disturbi delle condotte alimentari e che ad ogni livello delle manifestazioni pubbliche si assiste a sgradevoli esibizioni di aggressività il cui fine esplicito e sempre più quello di attivare nell’altro la violenza (proiettata e) inespressa del proprio Sé. Sempre più verifico che i miei pazienti mi chiamano a smettere i panni dell’analista materno che ascolta e contiene, e mi convocano ad una sfida maschile che forse tante volte e stata loro negata. E’ una riflessione triste che sembra segnalare che, il mondo può modificarsi come ci pare, ma che le regole di base, alla fine sono immodificabili e, se pensiamo di poter camuffarne la violenza, i nostri stessi bisogni, continuamente ne evocheranno il ripristino. Gli analisti sanno bene che "la violenza peggiore è quella inespressa…non la violenza, ma la paura della violenza" (Badaracco). Una mente sana sa che la violenza è negli incontri delle origini (Aulagnier) e che ci appartiene sempre.

Qualche giorno fa Pino, mi dice: "ho sognato mia madre che mi dava tre numeri. Li ho giocati sulla ruota di Bari, ma se li avessi giocati su tutte le ruote avrei vinto un ambo. Però è bello che mia madre mi venga a dare dei numeri!. Non lo pensa anche lei dottore?". Gli dico di sì, che sono d’accordo; ma intanto penso fra me che con quella madre Pino non ha mai parlato finché era in vita… lei lo ha sempre tenuto come un bambino malato e fallito… lo ha sempre tenuto lontano da un padre forse alcolista e violento, ma che da qualche tempo, forse proprio da quando lei è morta, si prende cura del figlio gravemente schizofrenico. Fra quei genitori c’era violenza fra le più grevi che abbia mai conosciuto, e Pino ha sempre avuto un solo genitore che gli vietava violentemente l’accesso all’altro. Finalmente Pino riesce a parlare con la madre che si preoccupa di dargli numeri vincenti. "sa una cosa, dottore? Adesso io sogno! Faccio un sacco di sogni! Di mia madre, dei miei compagni di quando ero al militare… e mi sembra che con la voce che mi dice "viscido" ci convivo di più… forse devo conviverci". Mi accorgo che non avrei mai pensato di parlare con Pino dei suoi sogni… forse si poteva parlare dei numeri che gli dà la madre in sogno, ma che lui mi dica "adesso io sogno!" mi sembra una frase che non avrei mai pensato di attribuirgli. Forse perché mi ha abituato (ed io mi sono difeso) a considerarlo come un paziente molto grave, con una lunga storia di malattia, di ricoveri, di polizia… chissà! Ora mi dice "Io sogno!". Sono certo che lui stesso sente che con i sogni riesce ad appartenere ad una nuova categoria... in qualche modo deve aver sospettato che quel dottore che da anni va a trovarlo periodicamente a casa ha a che fare con la possibilità di sognare e, sentire di "sognare", lo porta nel suo dominio. Forse per la prima volta Pino incontra una madre che lo sente come figlio a cui dare la vita e questo lo porta nel dominio del padre perché l’alcolismo e la violenza non fanno più paura. Nei sogni forse puoi organizzare la giusta distanza da una madre che quando c’era ti teneva orfano in un mondo senza uomini e senza padri. Mi accorgo che da un po’ di tempo Pino riesce a parlarmi della morte della madre.

"Grazie, porterò con me i vostri sorrisi!"; Remy si congeda dal mondo e, per ultimo, da Nathalie, il suo "angelo custode": "è stato un piacere per me conoscerti!" "anche per me è stato un piacere". Ma alla fine più che dagli uomini ci si congeda da se stessi, da quando ci siamo sentiti particolarmente vivi perché un evento ci ha fatto sentire fortunati. Remy si congeda da Ines Orsini che solleva la gonna entrando nell’acqua. Ma quelli erano i tempi in cui non c’erano barbari e nessuno avrebbe potuto invadere il nostro campo!

Giuseppe Riefolo

Vai a inizio pagina