Istituto Ricci HomePageNói Albinói
N E W S C O N T A T T I R I C E R C A L I N K S F O R U M

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Nói Albinói: le cure

Cristiano è un ragazzo alto e bello, ora ha 17 anni. Come molti dei suoi coetanei si muove quasi trascinandosi, urta le porte e butta il casco e la giacca a vento sulla poltrona come potrebbe buttarla per terra. Mi colpisce subito una certa disarmonia nella figura: è molto magro, come uno che è cresciuto tanto in fretta da non potersi irrobustire parallelamente. Non lo rivedevo da quasi un anno, quando non riuscì più a venire in seduta perché oramai aveva il motorino; alla scuola era riuscito a riprendersi e per giugno voleva lavorare per avere dei soldi per le vacanze.

Ricordo soprattutto un’immagine che lui mi propose in una delle prime sedute. Aveva fatto molti sport ed ogni volta aveva smesso perché non aveva motivazioni. Gli chiesi quale fosse uno sport che lo affascinava. Si accese di un sorriso largo sul viso "Il football americano… perché i giocatori hanno quelle tute così imbottite che sembrano dei colossi! Poi, magari quando se la tolgono ne esce fuori un mingherlino..., ma quando hanno la tuta!".

Quando lo avevo conosciuto, la madre era preoccupata perché rimaneva sempre in casa e senza neanche spogliarsi, la notte si infilava in un sacco a pelo poggiato sul letto. Riuscì a procurarsi il motorino vendendo (usando) una serie di attrezzi da pesca sportiva che il padre gli aveva lasciato anni prima, quando andò via per vivere con una donna più giovane e non facendosi più vedere per anni. Col motorino cominciò a farmi vedere che la tenuta della sua tuta da football era molto fragile, ma che lui poteva indossarla e questo non gli impediva di fare degli incidenti e farsi male: "questo motorino è molto più veloce di quanto pensassi: ho cercato di infilarmi fra due macchine…. Ma devo imparare meglio a calcolare le distanze e i corridoi…" Usando la sua mente aveva sempre fatto danni; ora la cimentava con il traffico e questo era eccitante, ma pericoloso. Questa volta c’ero io a guardarlo nel traffico e a preoccuparmi. Il 19 marzo mi fa gli "auguri doppi: come Giuseppe e come padre, suppongo! Lei ha dei figli, vero dottore?".

Del film mi ha colpito soprattutto il freddo, la neve ed i paesaggi desertici. La montagna che intercalava la storia era terribilmente ferma, massiccia ed incombente. La disarmonia è la cifra di Nói. Come per Cristiano è inscritta nel corpo. Potrebbe essere un "ragazzo prodigio" come dice il preside della scuola, ma comunque non c’è posto per lui nel mondo. La sua realtà pesante e fredda gli blocca ogni possibilità di movimento. Nessun incidente come per Cristiano, ma il fucile con cui tenta una rapina non gli permette di immaginarsi forte come un giocatore di football americano, ma rimane il mingherlino alopecico di sempre che tutti conoscono. La montagna è sempre lì, minacciosa perché niente si muove. Le immagini risuonano nella cantilena del libro: "se ti impicchi te ne penti, se non ti impicchi te ne penti, sia che ti impicchi che se non ti impicchi non c’è nessuna differenza!" Per quanto angosciante, il film ti tiene attento: forse ciascuno degli spettatori aspetta una svolta nella storia, ma ogni possibile svolta è un ulteriore fallimento per Nói.

Ho pensato alla differenza della partecipazione controtransferale che i pazienti borderline attivano rispetto ai pazienti psicotici. Cristiano ti tiene sempre sulle spine e quando comincia a muoversi per il mondo con una sua mente/motorino tu cominci a sentire che potrà fare molte cose e puoi solo sperare e fare il possibile che non faccia incidenti troppo gravi, mentre puntualmente gli schizofrenici ti tengono a distanza, solo, ti consegnano il niente e tu fai molta fatica a seguirli. I pazienti borderline hanno sperimentato il paradiso della vita, anche se poi ne sono stati cacciati fuori. Quando tutto sta per crollare nella loro mente, riescono a ritornare in quell’esiguo spazio di vita che rimane nel loro deserto. Per due volte Nói si rinchiude nello scantinato nascosto sotto il pavimento della sua stanza: è il solo spazio intimo e segreto che gli permette di sentirsi vivo. Quando è lì sotto il film propone arpeggi armoniosi.

Dopo alcuni mesi che seguivo Cristiano, quando aveva ripreso la scuola, a dormire nel letto, a lavarsi e ad uscire con gli amici più cari, mi parlò del suo balcone: "la sera, verso il tramonto sto per delle ore sul balcone della mia stanza. Mi ci porto la Coca-Cola e qualcosa da mangiare. Sono al settimo piano e da lì vedo le strade che sono sotto casa, ma soprattutto vedo nelle case di fronte: quelli che stanno cenando, quelli che vedono la TV… oramai li conosco tutti…. e, poi, difficilmente loro si accorgono di me!".

Il balcone di Nói era sottoterra e non si poteva vedere fuori: chissà se non è la vera differenza con Cristiano. Fuori, Cristiano ha potuto incontrare delle persone vive che lo vedono magro, bloccato e sporco, ma che possono farsi cogliere dalla sua sofferenza e dalla sua "bellezza", ma Nói sembra non riuscire mai a guardare fuori. Il mago che deve predirgli il futuro impallidisce e fugge via: "dentro quella tazza vedo solo morte!"; il padre mentre lo attende per cena si presenta assolutamente incapace di proporgli quel sentimento di fondo (Damasio; Stern) che solo lo scantinato gli garantiva: "non c’è alcuna musica in questo pezzo di legno" grida mentre sfascia il pianoforte. A questo punto il quadro è preciso: che differenza c’è fra lui e un registratore che stia al posto suo? Il preside della scuola si scandalizza per la soluzione, ma nella logica di Nói si tratta di una perfetta equazione: se vuole partecipare al mondo lui può essere solo un registratore!

A me il film ha fatto riflettere sui miei pazienti e su quello che mi succede quando sono con loro. Ho pensato che, forse, non c’è differenza, all’inizio, fra Nói e i Cristiano che incontro sia nella stanza di analisi che soprattutto nel servizio territoriale. La differenza è che ad un certo punto un ragazzo può (è capace di) incontrare delle persone vive, che, pur preoccupati degli incidenti, si lascino trascinare nel traffico. La differenza è nella neve, nel ghiaccio, nei cassieri che incontri quando vai a fare una rapina, quindi nel traffico, negli incidenti e nella scoperta che puoi usare un’eredità di tuo padre scomparso. Cristiano attraverso una serie di persone che si preoccupavano per lui ha potuto affidarsi ad una cura dove rintracciare un padre della cui eredità non sapeva che farsene. Da qui trova il balcone. Nói è l’altro destino di Cristiano. Il preside vuole conoscerlo meglio, perché è il solo a sospettare che sia "un ragazzo prodigio". Anche lo psicologo della scuola lo intuisce, ma non regge la sfida perché Nói ribalta i piani: "E lei, si masturba?" A nulla serve il debole schermo professionale dello psicologo: "sei tu che devi rispondere!" Nói, quindi non ha più motivo di rimanere con lo psicologo.

Nói pensa solo di poter scappare: evadere da un deserto. Ma anche qui Nói è diverso da Cristiano: nessuno coglie il suo invito a fuggire, nemmeno l’amica, figlia del libraio la quale in alcuni momenti è riuscita con decisione – e per salvare dal freddo anche se stessa - a toglierlo dal gelo e a fargli sentire il caldo. La terza volta che va a rinchiudersi nello scantinato la montagna si muove. C’è la valanga che distrugge in pochi attimi tutto il suo mondo; riemergerà dallo scantinato come in una nuova vita, ma fatta di macerie. Solo a questo punto il sogno immobile di una vita che può svolgersi sulle spiagge tropicali, magicamente comincia a muoversi e il fotogramma della spiaggia diviene una sequenza, uno scenario che attende possibili protagonisti. Ho pensato che la distanza che c’è fra Nói e Cristiano è la distanza delle cure: non le terapie, ma quello che Winnicott chiamava il "prendersi cura".

Penso che ogni film si disponga a mille usi soggettivi che ciascuno può cogliere: "un’immagine vale mille scene"(Bollas). E’ la potente funzione evocativa (prima che descrittiva) delle immagini. Il film mi ha aiutato a ripensare ad una serie di immagini che Salvatore - un mio paziente gravemente psicotico – la mattina doveva avermi consegnato e che, nella perfetta logica degli elementi β della mente, mi si imponevano - non convocati, ma per forza – durante la visione del film. Quindi mi sono scoperto a pensare che se la storia di Nói fosse stata quella di uno psicotico, all’ultimo spettacolo delle 22,30 sicuramente mi sarei addormentato, ma - prima che per stanchezza - per difesa. Invece sono rimasto molto preso dalle immagini del film che venivano piano piano ad aderire alle mie sensazioni sospese ed incontravano altre mie storie. Con il paziente borderline ci si sente continuamente come il paziente si sente: in un deserto di ghiaccio da cui vogliamo scappare. Lo psicologo non riesce a cogliere questa occasione e si ritira dall’invito a scendere in campo. Lo psicotico nel transfert rappresenta la confusione nello scambio emotivo, da cui si difende con fragili soluzioni dissociative, mentre il borderline rappresenta il deserto di ghiaccio da cui voler fuggire. Il Borderline riattiva nel transfert la persecuzione del rischio depressivo (Green, Bollas), lo psicotico la confusione. Nella configurazione borderline l’oggetto fa la sua comparsa insieme all’angoscia che l’oggetto possa poi essere perso: il padre di Nói gli parla del rischio dei "figli non desiderati che non ti avvisano…". Non si tratta del vuoto e dell’assenza psicotica, quindi, ma degli incidenti di chi comincia a muoversi con un motorino in un traffico caotico e disordinato. Il borderline è un orfano; lo psicotico non è mai nato se non all’anagrafe.

Un giorno Cristiano viene in seduta tutto sporco di grasso: "posso lavarmi? Si è staccata la marmitta al motorino e fa un gran rumore… tutti mi guardano ed ho paura che pensino che io sia come quei coatti che staccano la marmitta, apposta per far casino!" Si lava. Nella seduta mi parla del fidanzato della madre e di una cena col padre e la sua nuova compagna: "voleva fare la disinvolta… è una stupida… io non le rispondevo!" Io penso che sta uscendo sempre più dal suo "sacco a pelo" e che fuori c’è gente viva. Fa ipotesi su come portar via il motorino, ma il chiasso gli impedisce ogni soluzione maniacale: si vergogna perché ora gli altri possono vederlo e scoprire finalmente la sua disarmonia. Deve chiedere aiuto: "ho visto che qui vicino c’è un elettrauto. Non è proprio quello che serve, ma potrebbe avere qualcosa per bloccare una marmitta… potrei lasciare il motorino e tornare a prenderlo domani".

Intanto Nói riesce ad uscire dallo scantinato. Non si è rotta la marmitta, ma l’intera montagna si è mossa facendo una catastrofe. Si fa largo fra la neve ed ascolta – solo, fra tanti avventori di un bar – che tutto il suo mondo di affetti iperpresenti, ma insufficienti, è scomparso totalmente. Forse il nucleo borderline è come Nói: c’è alta tensione perché nulla si muova. Serve che, piano piano, intorno al nucleo borderline il deserto e il ghiaccio diventino uno spazio di cure, ovvero uno spazio popolato di altre menti che ti facciano capire come funziona la tua mente (Fonagy), uno spazio popolato di elettrauto che possano riparare – per quanto possibile – una marmitta che ora non sei più condannato a dover riparare da solo perché, finalmente non sei più costretto a dover far muovere una montagna o a dover fare un gran rumore perché il mondo si accorga che sei vivo: "Il borderline rincorre stati mentali turbolenti" (Bollas).

Giuseppe Riefolo

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