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"TUTTO SU MIA MADRE"

"Quello che voglio dire, è che costa molto essere autentici e che in questo caso non bisogna essere tirchi…. perché una è più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di se stessa!"

Agrado, simpatica e adorabile transessuale, ha appena concluso il suo monologo di fronte ad un pubblico entusiasta e noi spettatori completamente avviluppati in una fitta trama di sentimenti contrapposti, riconosciamo in quelle parole uno dei temi dominanti e forse più provocatori del capolavoro di Pedro Almodovar "Todo sobre mi madre".

Il nostro cuore può essere espiantato, trasportato e trapiantato dovunque sopravvivendo a noi stessi, i nostri corpi sono fatti di tanti pezzi intercambiabili, come vestiti che mettiamo o smettiamo quando non ci piacciono più. L’adattabilità umana non ha limiti e la flessibilità è presente in ogni aspetto della esistenza. Possiamo cambiare città, amicizie, compagni di vita, addirittura possiamo sostituire padri e madri, famiglie intere, tanto c’è sempre qualcuno che può occupare il posto di un altro.

L’unica cosa che rimane costante è il nostro patrimonio autentico di sentimenti, emozioni, passioni che col passare del tempo possiamo imparare a utilizzare forse più saggiamente, senza mai però escludere quel margine di inquietudine per tutto quello che la vita non ci ha ancora dato da conoscere.

Rivediamocelo allora ancora una volta "Tutto su mia madre", affittiamo una cassetta, accomodiamoci a casa in una soffice poltrona e rileggiamocelo tutto d’un fiato come abbiamo sempre fatto con i libri che ci sono tanto piaciuti e che periodicamente sfogliamo trovando sempre nelle pieghe del racconto nuovi e imprevisti significati, a volte sconosciuti ad una prima lettura.

"Tutto su mia madre" è’ uno di quei film che può essere visto e rivisto a distanza di tempo, che riesce a mantenere sempre quel sapore di saggezza e creatività di un’opera che diverte, commuove e fa riflettere e che ci dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, come tutte le esperienze umane, anche quelle più strane e diverse, contengono tratti universali nella loro apparente assurdità.

Da Manuela, un insieme di rinnovata madre coraggio e tradizionale mater dolorosa, a Marisa, attrice i cui giganteschi manifesti per strada fanno da contraltare alla fragilità affettiva che la caratterizza, dalla suorina Rosa che va incontro ai peggiori mali della vita con serena rassegnazione, fino alla già citata Agrado, vera e propria voce narrante del film, tutte le donne di Almodovar ci conducono a conoscere i diversi modi in cui si può sviluppare un legame affettivo.

Tra camerini e palcoscenici, tra ospedali e prati di periferia, tra bui corridoi e case sontuose, ci aggiriamo così, divertiti e commossi, per verificare ad ogni passo quanto la realtà e la finzione spesso si scambiano le parti.

In un tempo in cui i tragici fatti di cronaca ci fanno continuamente riflettere sui limiti e l’ambivalenza dei sentimenti umani, il film ci conferma quello che sappiamo da tempo e cioè che in ogni afflato di amore c’è anche tanto odio e che la vita e la morte spesso si rincorrono, anche nei legami materni pieni essi stessi di aspetti inquietanti ed oscuri.

Attraverso le improbabili ma universali vicende di questo strano racconto, metà favola e metà dramma di vita, Almodovar esplora le diverse alternative alla famiglia tradizionale, ci confida che non esiste nulla di certo in una morale piena di discriminazioni, mostrandoci un mondo in cui gli incontri ed gli incastri della vita possono creare nuovi ed originali contesti affettivi che non escludono mai saldi e significativi rapporti.

Accettando l’esistenza dei sempre più labili confini dell’identità sessuale, possiamo tentare così di uscire, in modo per ora del tutto innocuo, dalle nostre certezze e valutare quanto nei differenti ed originali nuclei familiari oggi esistenti, possiamo ritrovare palcoscenici diversi con la stessa rappresentazione di relazioni umane, ancora una volta fonti di sofferenza ma anche di possibili risorse terapeutiche.

Mescolando intelligenza ed ironia, sguardi compiaciuti ed autocritici, amarezza e speranza, il film ci propone vicissitudini umane estreme in cui le possibili alternative alla crisi della famiglia tradizionale risultano intrise dalle stesse vicissitudini emotive a cui siamo abituati ad assistere nelle situazioni più comuni.

Possiamo anche non essere completamente d’accordo con questa visione così estrema e grottesca della esistenza umana, ma non possiamo non sentirci trascinati dalla forza delle passioni che emana da tutti i personaggi del film, in cui l’altro tema dominante, la maternità, si dispiega in tutto il suo aspetto possessivo, ambiguo e a volte anche crudele.

Tutto è esagerato ma anche possibile e quindi, in un clima di allegra e solidale sorellanza tra continui ribaltamenti di ruoli, morti, malattie ed improvvisi risanamenti, ci accorgiamo di quanto possiamo ritrovare il ‘materno’ e il ‘paterno’ in ogni personaggio del racconto e di come non bastano più i livelli di certezze acquisite per comprendere quanta umanità dolorosa è presente in situazioni interpersonali così diverse.

E quando la sofferenza umana sembra non lasciare scampo ad un possibile ed ineluttabile degrado, ecco lo squarcio di una frase che apre alla speranza: "ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti", esclamano a più riprese due protagoniste del film, quasi come in un controcanto a distanza.

Ed infine, quando alle separazioni sembra impossibile rispondere senza un dolore incolmabile ecco che di nuovo Agrado sussurra "mi piace dire addio alla gente che amo anche solo per mettermi a piangere", diventando così per noi portavoce dell’importanza di non sottrarsi a nessuna delle implicazioni che un rapporto affettivo comporta, "perché", continua sempre Agrado, "l’unica cosa di vero che ho sono i litri di silicone e i sentimenti!".

Paolo Boccara