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VIAGGIO SEGRETO
di Roberto Andò, 2006

 

Si potrebbe anche fare un gioco di parole con un altro bel film e dire che si tratta di un “Viaggio segreto, nelle Vite degli altri” e per continuare il gioco con il film di Sorrentino, un “Viaggio segreto, nelle Vite degli altri, attraverso Le conseguenze dell’amore”.

Dice lo stesso Roberto Andò: “Mi interessava la storia di un uomo che ritrova la capacità di emozionarsi. Il “VIAGGIO” è un ritorno alle emozioni”.

E’ un film che dichiaratamente cerca di dare rappresentazione alle emozioni, di dar loro nomi e immagini, coinvolgendoci nel Viaggio dei protagonisti dentro di esse, cercando anche di indurci ad empatizzare, a commuoverci, a turbarci, per quello che lui stesso descrive come uno struggente tentativo di sopravvivere ad un dolore mentale.

 “Le intense passioni ci distruggono la vita nello stesso tempo in cui ce ne svelano la plenitudine e la bellezza. (Yeats)… Questa frase che uno dei personaggi dirà ad un certo punto del film, mi ricorda molto una frase di Meltzer…

Il protagonista del film, uno psicoanalista, non è certo immune da questa fatica.

Lo vediamo all’inizio che si muove nella sua collezione di acquari e questa immagine è da subito la descrizione del suo rapporto con il suo mondo interno: un mondo muto, “subacqueo”, dove le emozioni, rese innocue come pesci multicolori, vengono nutrite quel tanto che basta per muoversi dentro un piccolo spazio contenibile.

Il VIAGGIO appunto che si troverà a compiere, sarà un viaggio non solo di RICOSTRUZIONI, come dice il titolo del romanzo di Josephine Hart da cui è tratto (la stessa de “Il Danno” da cui Louis Malle ha tratto a sua volta un film), e di recupero dei ricordi di un trauma, ma sarà un viaggio di “alfabetizzazione” delle emozioni, di recupero di un contatto con esse, attraverso anche la scoperta di un legame emotivo nuovo, che permetterà alle passioni che travolgono e uccidono, di venire convertite in sentimenti che arricchiscono di possibilità la vita.

E’ come se l’acquario si rompesse e tutti i personaggi potessero riprendere a muoversi verso nuove traiettorie e nuove storie, in quel mare aperto in cui alla fine potrà nuovamente tuffarsi.

Attraverso il film, soprattutto attraverso le sue immagini e l’atmosfera sospesa e non risolta, anche noi entriamo in contatto con immagini, parole, situazioni, atmosfere, che prendono vita e ci parlano di una storia passata che è anche e soprattutto una storia presente, di parti uccise che tornano pian piano a prendere vita. Quello che crea Andò con la costruzione del ritmo e dell’atmosfera del film è il racconto per immagini, di una trasformazione interiore.

Il film si apre su una casa abbandonata, non più abitata, vedremo che è ferma su un’immagine, una scena, l’immagine di una coppia che non sappiamo ben decifrare. Tutto è lento all’inizio, come è lento e pesante il tempo della depressione, il protagonista, attraverso i cui ricordi anche noi vediamo i frammenti del suo mondo interno, è quasi catatonico, come se una parte di lui fosse emotivamente altrove. Un po’ alla volta, frammento dopo frammento, quella scena iniziale e i suoi personaggi, cominciano ad avere un senso, ad arricchirsi di particolari, ad avere una storia. Contemporaneamente il protagonista cambia espressione, cambia i suoi gesti, comportamenti, si arricchisce lui stesso di emozioni e di storia. Questo “eterno ritorno” sulla scena del trauma è accompagnato e sottolineato da una musica che comincia, prepara la melodia e poi si interrompe ogni volta, come un’ouverture, un inizio, che non riesce mai a trovare le note per continuare.

Non c’è nel film un passato che meccanicamente deve essere recuperato, c’è invece un’interazione continua tra passato e presente, tra personaggi del passato (oggetti interni) e personaggi del presente (relazioni attuali). Questa sovrapposizione continua, questa assenza di separazione netta, questa mancanza di giudizio, inteso come atto conclusivo, questa lenta assunzione di responsabilità del protagonista, sono secondo me la cosa più bella e più commovente che Andò riesce a restituirci.

Sarà l’artista Kusturiza (rappresentante in questo caso del regista stesso) ad avere questa funzione “visualizzante”, “rappresentativa” che mostrerà (con la Mostra conclusiva) attraverso il suo sguardo, che è comunque uno sguardo amoroso e non morboso, il difficile lavoro di rappresentazione e distanziamento da una storia che non tiene più in ostaggio i suoi personaggi, ma li libera verso altre storie.

Andò ci mostra un’altra alternanza: quella tra oblio e memoria, illustrata anche dalle diverse figure dei due fratelli profondamente e necessariamente legati tra loro. Quando Leo torna in Sicilia e gira da solo per la casa della sua infanzia, ancora tutto è fermo, morto, impolverato come il suo mondo interno. Un po’ alla volta entrano in scena i personaggi e non c’è distinzione tra passato e presente. In una scena che ben rappresenta il materializzarsi dei ricordi,vediamo Leo aggirarsi per le stanze e sua madre passargli accanto come se lo stesse facendo ora. Questo riaffiorare emotivo è troppo per il Leo che vuole dimenticare. Gli manca il respiro, è uscito dalla placenta protettiva, dall’acquario dentro cui stava e come il neonato che viene alla luce, deve trovare il ritmo del proprio respiro. Leo non vuole che tutto torni vivo, non vuole che tutto si rianimi di emozione per dover poi ri-sentire il dolore e la perdita, i suoi attacchi d’asma e di panico sono un improvviso eccesso di Emozione che toglie il respiro.

Accanto alla coppia di adulti che vediamo nudi nella prima scena, compare subito un’altra coppia: due bambini seduti accanto, in una spiaggia, a loro volta “guardati” da qualcuno. Una foto importante che sarà come un simbolo per tutto il film e che passerà di mano in mano, di sguardo in sguardo.

Una foto usata dal regista come traccia di qualcosa di vivo, un po’ come la foto in cui scruta il replicante di Blade Runner.

Quei bambini sono stati guardati dai genitori che, un giorno lontano e ancora presente, hanno scattato la foto. (Ce lo mostra Andò rovesciando, come il cinema può fare, il punto di vista della foto).

Quegli stessi bambini fermati insieme da quello scatto lontano, riusciranno a “rianimarsi” e ad allontanarsi piano piano… (Di nuovo ce lo mostra il regista in uno dei momenti più poetici del film)..

A quella e alle altre foto, così come alle belle immagini del film “è affidata la speciale missione di essere reperti di una materia singolare in cui posso specchiandomi riconoscere il mondo” (Andò), un po’ come fa appunto il cinema.

Che rapporto c’è allora tra quelle due coppie?

L’amore degli uni e quello degli altri è separato da un pesante velo che ne impedisce uno sguardo chiaro.

E’ sempre così l’amore dei genitori per i figli, o l’odio naturalmente, o è così sempre l’amore e l’odio di per sé?

Andò fa un trattato mitico sull’amore tra fratelli, sull’amore genitoriale e sul rapporto edipico.

Quello tra i due fratelli è un legame intimo e complesso tra due persone che sono rimaste sole, che si danno la mano e camminano insieme come Pollicino e i suoi fratelli sperduti nel bosco. Il VIAGGIO SEGRETO, è indubbiamente anche il loro viaggio. Chi ha condiviso un grande dolore, una grande paura, può capire il legame che li unisce e che li porterà, alla fine del film, ad un dolcissimo congedo che restituirà ad entrambi nuove possibilità di vita. La loro speciale DANZA, è un poetico segno di questo appoggiarsi reciproco, di un accordare i passi l’uno con l’altro, di un cercare un ritmo protettivo e un legame armonioso che tenga lontana la rottura e la perdita. E’ la loro forma speciale per ricreare un legame e una bellezza che hanno conosciuto un tempo e che sono andati improvvisamente in pezzi.

Memoria (Leo) e oblio (Ale) servono l’uno all’altra, si susseguono incessantemente come il ritmo del cuore, per permettere di sopravvivere e per fondare strati di conoscenza possibile su cui costruire la propria biografia.

 (“Com’erano i bambini” “Innocenti come lo sono sempre i bambini”…)

Andò, parlando del suo film, esclude a priori l’incesto tra i due fratelli, non è questo che gli interessa raccontare. Proporrei lo stesso criterio per la “scena primaria”, lasciando da parte quindi l’idea che l’OSCENITA’ sia nella sessualità o nell’atto concreto della scena primaria. Penso sia altro che rimane “fuori scena” e quindi “osceno”.

In questo il film di Andò rivisita appunto in termini nuovi e creativi il tema della sessualità e della scena primaria in particolare.

Da un punto di vista strettamente mentale, come potremo anche leggere la scena primaria? La scena primaria è un pensiero, un’idea, un’emozione che cercano di essere accolte e contenute da una Mente.

Cos’è quella scena per i due bambini nel film? La rappresentazione di qualcosa di grande e di indecifrabile, di ambiguo, che li spaventa che li fa sentire piccoli davanti ad un processo mentale non elaborabile.

E’ una scena CALDA che la bambina letteralmente FREDDA con un colpo di fucile. Quella scena calda si ripropone tale e quale molte volte durante il film, in cerca di elaborazione, anche per noi spettatori, sicuramente turbati dalla forza cruda delle immagini che Andò ha voluto significativamente e poeticamente mostrare, in cerca di rappresentazione mentale, anche per noi, in cerca di una nuova, possibile, “scena primaria” che si compia e giunga a conclusione, fornendoci il modello di qualcosa di fecondo e vitale.

La possibilità di rivivere in modo digeribile quell’esperienza, è il lavoro successivo che spetta ai bambini-adulti. Poter uscire in un certo senso dalla condizione di “bambini” che non capiscono o subiscono per diventare SOGGETTI dell’esperienza.

Il dolore più struggente è il loro SMARRIMENTO di fronte a qualcosa che non sanno leggere e che non sono aiutati a leggere.

Attendono su quelle due sedie di poter raccontare la loro storia, attendono che la loro storia venga ascoltata, ma solo dopo tanto tempo potranno raccontare, non ciò che gli è stato detto di dire, ma il proprio racconto.

Per quanto il padre, che si assume la responsabilità degli eventi, volesse proteggerli, per quanto il suo sacrificio sia un grande gesto d’amore verso i figli, non è stato comunque un aiuto a comprendere.

L’omertà, forse dice Andò, non aiuta a crescere.

Il film di Andò ci lascia con una scena solare di speranza che la propria vita, la propria storia, si possa comunque faticosamente ri-sognare.

Antonia Faganello

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